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Il pensiero post-sintetico pensa la libertà come ecceità eversiva |
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VIII. Eversione
«Che "io" debba essere governato: ecco da dove inizia lo scandalo della politica». Con queste parole ha inizio il libro più politico di un filosofo impolitico come Manlio Sgalambro, il quale osserva: se la filosofia è il tornare eternamente al pensiero dell'annullamento (= il divenire, il ciclo, nascita-morte, ascesa e caduta, ecc.), allora autogovernarsi è ciò che l'uomo deve continuare ad apprendere dinanzi a questo pensiero. La politica è qui quell'unica piega all'interno della quale ci si dispone in massa perché incapaci di autogoverno, ossia: perché incapaci di mantenersi saldi, allo scoperto, nel cuore della
necessità (= il pensiero dell'annullamento), secondo una propria piega. "Mal comune mezzo gaudio" si potrebbe dire, stringersi insieme per condividere e lenire il proprio terrore dinanzi alla necessità del ciclo. Ecco il principio della politica. Ma questo è per l'appunto ciò che Sgalambro chiamerebbe "miserabile" e "canagliesco".
Ora, autonomo è ciò che si muove secondo una propria legge, qualcosa la cui direzione è a lui stesso immanente. Mentre se definiamo la libertà non come un puro e semplice arbitrio, ma, alla maniera antica, come la capacità di dare a se stessi le proprie leggi, allora l'autonomia diventa la sostanza della libertà: essere libero significa essere autonomo. Libero non è ciò che non ha alcuna direzione e che viene trascinato a casaccio dalle forze della necessità, ma ciò che sa mantenersi saldo nel cuore della necessità secondo una propria piega. E se, compatibilmente con quanto detto, chiamiamo "governo" l'arte di imprimere alle molte vite una medesima curvatura o l'atto di comprimere le molte vite dentro una medesima piega, da ciò segue che una politica dell'autodirezione, o dell'emancipazione, dovrà di necessità contemplare almeno un tentativo di contenere entro certi limiti, attraverso il rifiuto o il sospetto o qualcos'altro, lo sforzo governativo che proviene dall'esterno, o dall'alto. La libertà è, in un certo senso, un movimento di limitazione, di sottrazione all'unità di governo: la libertà ha sempre un carattere eversivo.
Eversivo significa: che volge la propria passione verso l'esterno. Non vuole sovvertire, non si tratta di cambiare curvatura all'unica piega che articola le molte vite organizzandole - non si tratta di qualcosa come una ri-forma dello Stato, o una ri-fondazione dello Stato, cioè di dare allo Stato un'altra forma, un altro fondamento; si tratta piuttosto di una "linea di fuga", di qualcosa che porta all'esterno, che tende a lasciarsi alla spalle il principio panoptico che presiede alla pratica governativa. La libertà, per converso, non è qualcosa come un diritto universale, qualcosa di giuridico (8), ma una pratica concreta, una pratica che produce delle località opache, impercettibili, al cui interno è un obbedire non al capricco, ma a una auto-nomia, a una legge propria.
Se la dottrina classica del politico descrive la prassi come l'agire conforme a ragione, cioè l'agire che mira a dissipare l'opacità che consegue all'intromissione di fattori irrazionali, il pensiero transfilosofico circoscrive ambiti di opacità, produce zone di non identificazione; è qualcosa come un movimento di sottrazione alla "pastorale politica", un atto di auto-secretazione.
È noto come Foucault attribuisse alla pastorale cristiana la responsabilità di aver sviluppato per secoli l'idea secondo cui ogni individuo, per tutta la sua vita e fino alle sue azioni più minute, deve essere governato, anzi, deve lasciarsi governare. Che significa lasciarsi governare? Significa, dice Foucault, farsi dirigere verso la salvezza da qualcuno a cui si è legati da un rapporto globale e dettagliato di obbedienza. Nel XVI secolo, attraverso una secolarizzazione e formalizzazione laica dei principi della teologia pastorale nascono le cosiddette "arti di governo" che hanno per oggetto non più il gregge, ma il popolo, la popolazione o la massa. Accanto alle arti di governo nasce però in Europa anche un nuovo atteggiamento morale e politico, un nuovo modo di pensare che si oppone allo sforzo di governare e che Foucault chiama l'arte di non essere governati o, in ogni caso, di non essere governati "a questo prezzo", "non così". Questo atteggiamento, che prende il nome di "critica", è complementare all'idea che le masse debbano essere governate ed è, in buona sostanza, nient'altro che il tentativo di non lasciarsi governare eccessivamente (9).
È bene dire che Sgalambro ha in mente i Greci quando manifesta il suo incondizionato apprezzamento per l'uomo capace di "autogovernarsi e di decidere" dinanzi al pensiero dell'annullamento, e forse l'uomo schilleriano, così radicalmente impegnato nel tentativo di condurre la propria esistenza in piena autonomia, secondo l'impulso del gioco. Ma anche i Greci tentarono di esorcizzare il terrore del ciclo, se non altro mediante quell'invenzione che fu la religione olimpica. Per usare un'espressione nietzschiana potremmo dire che i Greci tentarono in tal modo di "velare" il pensiero dell'annullamento e di rendere con ciò la vita più sopportabile. Non potremmo allora sentirci autorizzati a pensare la politica come il modo moderno di velare il terrore dell'annullamento? La politica sarebbe in questo
caso non l'agire secondo ragione e nemmeno secondo verità, ma il modo moderno di esorcizzare il ciclo dentro l'unica piega che raccoglie e disloca le molte vite, ciascuna delle quali sente la protezione che proviene dall'appartenenza ad una comunità, il cui legame è essenzialmente la condivisione di un destino.
Ebbene, si tratta davvero di recuperare quella sorta di atteggiamento titanico, alla Sgalambro, che pensa il saldo mantenersi allo scoperto, cioè tragicamente esposti, nel cuore della dura necessità secondo un'irrefutabilmente propria piega, o non piuttosto di affinare un'arte della critica capace di non lasciarsi governare, come dice Foucault, "a questo prezzo"?
Le strutture d'esistenza della nostra epoca sembrano correlarsi, sul piano politico, più a delle ecceità eversive, nel senso di Deleuze, cioè nel senso di una singolarità evenemenziale (10), che non a delle metafisiche della sovversione; tra governo e rivoluzione sembra così frapporsi una terza possibilità. Nella rivoluzione, per esempio, si tratta di cambiare l'organizzazione, il tipo di curva, la distribuzione dei punti-vita. Ciò che nella rivoluzione rimane inalterato è però l'idea che comunque vi debba essere un'unica piega per tutte quante le vite, che si abbia bisogno di una salvezza e che per questa salvezza vi sia la necessità di una guida, di un Führer, di un Duce, di una piccolo padre, di una grande timoniere o, comunque, di un governo. La metafisica della rivoluzione sussume la libertà sotto un'ideologia risolvendola semplicemente in un un'altra forma di governo possibile. Mentre il problema della libertà sembra oggi doversi riassumere in un altro connotato, quello di una concreta limitazione del dispiegamento che ci governa. Ciò richiede due acquisizioni fondamentali: in primo luogo il riconoscimento dell'eteromorfia irriducibile dei giochi linguistici, delle razionalità o dei vocabolari che costituiscono il piano della nostra esperienza intersoggettiva; in secondo luogo, il riconoscimento del carattere locale e transitorio dei contratti sociali.
Su un piano di tal genere, che è un piano d'immanenza e quindi di secolarizzazione, i contratti, cioè le pratiche mediante cui si produce il consenso, a tutti livelli (familiare, territoriale, ecc.), hanno, e non possono non avere, un carattere transitorio, tendono cioè a scadere, a interrompersi, le compagini tendono allo scioglimento, i vincoli ad affievolirsi, vi è una generale entropia dei rapporti che solo la verifica costante può ricucire, rilanciare o semplicemente superare, scartare e chiudere. I casi contrari, cioè quelli in cui domina una "volontà generale" (società organica, funzionale, etica), che sono ancora forme di legame teologico, sono i casi del terrore (11): la deviazione, il clinamen fisiologico dei sistemi a direttiva teologica, assume, proprio perché sfuggente rispetto allo sforzo pastorale della volontà generale, il carattere di crimine assoluto.
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