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Anarchismo e teologia politica
di Marco Baldino
DICEMBRE 2002
1.
Posto che cercare un collegamento organico o di compromesso fra anarchismo e marxismo
(come qualcuno da autorevoli tribune marxiste ha detto) è semplicemente assurdo
(1), e posto
che l'anarchismo, per usare uno stereotipo assai diffuso negli anni Settanta, ha origini e si
situa fra le contraddizioni interne del liberalismo, lasciamo subito cadere la questione,
assumiamo cioè la sentenza come un'implicita liquidazione della questione stessa - del
resto lo scenario è cambiato: non più capitalismo/socialismo, dove l'uno e l'altro ordine
sono tra loro irriducibili, ma statalismo e sua contestazione, liberalismo e anarchismo,
i quali, anziché alternativi, sono sempre l'uno all'altro presenti.
Dopo il fallimento storico del comunismo la questione è tornata ad essere quella posta da
Donoso Cortés nell'Ottocento, la questione della contrapposizione e della complementarità
di stato e sollevazione o, più in generale, di governo e tentativi di limitarne l'azione su noi,
del governo e dell'autonomia.
Lasciamo quindi cadere anche ogni riferimento collaterale alla storia, alla tradizione o alle
tradizioni dell'anarchismo, ciò che importa non è riattivare la logica delle appartenenze
(proudhoniani, bakuniniani, ecc.) ma affrontare direttamente il nodo di ogni contestazione
- del resto l'anarchismo non è propriamente né una dottrina, né un movimento organizzato,
bensì un orizzonte, una prospettiva dalla quale emergono volta a volta evenements di vario
genere: un libro, una rivolta, una certa resistenza istituzionale, una fuga territorialistica,
un'insurrezione di piazza, un atteggiamento di particolare distacco spirituale, una teoria
economica e così via.
Ora, il nodo cruciale di ogni contestazione è grosso modo il seguente: tu vuoi che io sia così e
così, che faccia questo e quello, che per pensare debba prima aver appreso la disciplina
dell'erudizione con tu cui costruisci la tua autorità; tu vuoi che per produrre ricchezza io
debba prima piegarmi alla legge della comunità, ma con ciò tu non fai che costruire il tuo
controllo e la tua supremazia ecc., mentre io sono tutt'altro, non faccio solo ciò che è lecito,
non voglio pensare legittimamente, ma da me stesso, cioè illegittimamente, e voglio trovare
da me la via, rifiuto ogni ortopedia pedagogica e voglio crescere su me stesso, come una
pianta selvatica. Questo scontro tra ortopedia governamentale e contestazione anarchica
è oggi, in un contesto dove le utopie globali e i disegni di trasformazione radicale del mondo
sono scomparsi o, quantomeno, eclissati, il tratto specifico del nostro modello di civiltà.
2.
Tale questione può essere meglio compresa riportandone i termini al dibattito sulla teologia
politica: che significa teologia politica? Che significato riveste tale questione oggi? Schmitt
ne riassume il concetto nel modo seguente: si tratta dell'"evidenza storica e sociologica di
una realtà presente da cui veniamo sopraffatti" (2),
con altrettanta chiarezza, anche se non metodicamente tematizzato, Schmitt enuncia il nodo
opposto: si tratta altresì di riconoscere la presenza di una continua azione di erosione e di
contestazione di questa "gerarchia", di un lavoro di messa in questione e di decostruzione
che alligna nelle connessure di ogni azione di governo: «Dio non è mai senza il diavolo».
Schmitt pone da un lato Donoso Cortés, e, dall'altro, Max Stirner. Se Donoso rappresenta la
più tipica espressione di quell'atteggiamento teologico che si oppone alle tendenze liberali
e rivoluzionarie dell'epoca come ci si oppone ad una manifetsazione demoniaca, Stirner è
il pensatore che decostruisce metodicamente l'evidenza teologico-politica, che concepisce
tale decostruzione come una critica del liberalismo e che intende questa stessa critica come
un lavoro di approfondimento delle conclusioni del liberalismo medesimo.
In questa prospettiva il problema dell'anarchismo oggi non è, come del resto abbiamo già detto,
quello di dare una mano nell'edificazione del collettivismo, quanto di fare resistenza nei confronti
di quella "gerarchia" che Stirner indicò come un nemico enorme sempre e di nuovo
ripresentantesi sotto nuovi nomi e sotto nuove forme. «La libertà politica - scrive per esempio
Stirner, a proposito del liberalismo - significa che la polis, che lo stato, sono liberi […] non che
io sono libero dallo stato […] ossia che me ne sono sbarazzato. Quella libertà non è mia, ma di
una potenza che mi domina» (3).
Questo il tenore delle sue argomentazioni. Stirner non dice
che bisogna abbattere quella potenza, Stirner, in un serrato colloquio con Feuerbach e Bauer
(che sono i perfezionatori dell'hegelismo), segue passo passo lo sviluppo dello spirito soggettivo,
lo sottopone ad un pressing strettissimo e lo costringe, infine, ad espellere, come sotto l'effetto
di una poderosa spremitura, il suo stesso "endocarpo", lo costringe cioè ad indicare
nell'esistenza post-spirituale dell'io la dimensione unica dell'essere e il termine ultimo di quel
processo di spiritualizzazione che, partito con i Greci e sviluppato sapientemente dal
cristianesimo, si conclude con la soppressione stessa dello spirito e, con esso, di ogni evidenza
circa l'esistenza di qualcosa che debba necessariamente stare o possa stare sopra di
me - Stirner, alla tolda del suo Pequod filosofico, grida con Achab:
«Chi è sopra di me?» (4).
3.
In questa forbice, costituita da un lato dalla questione teologico-politica e, dall'altro, dal
surriscaldamento egoico delle masse postmoderne, viene a situarsi l'insieme dei problemi
politici e delle discussioni filosofiche destinate ad avere una qualche rilevanza in questo
passaggio storico. È chiaro infatti che ci troviamo di fronte ad uno scontro cruciale tra il
tentativo di rafforzare, nel solco della posterità schmittiana, la struttura teologica del
politico e l'affermazione di un modello di civiltà a dominante economica, il quale minimalizza
la forza plastica del politico costringendone l'azione entro limiti determinati: globalizzazione
dell'economia e regionalizzazione del politico, questo il quadro di riferimento.
L'interrogativo da noi posto riguarda pertanto le fattezze di un movimento che oppone
resistenza alla riteologizzazione del politico e che fa ciò per mezzo di un approfondimento
anarchico dei presupposti del liberalismo (penso per esempio all'economia generale di
Bataille; al neoindividualismo, da von Hayeck a Robert Nozick; alla critica della
governamentalità di Foucault). Il problema non è quello di arginare il passaggio dalle
grandi categorie politiche della visione classica del mondo al calcolo economico-amministrativo
della visione postmoderna (5),
non si tratta di rivendicare i diritti della politica contro
l'economia in nome di una qualche prospettiva teologica, il problema, nel solco della posterità
stirneriana, ci sembra piuttosto quello: a) di ampliare, ogni volta che se ne presenti
l'occasione, i margini di autonomia del singolo o dei gruppi di singoli nel quadro di
meccanismi di formazione del potere che non sono più teologici ma
economici (6),
2) di sbrogliare la matassa teologica attraverso un'opportuna azione decostruttiva
affinché le strategie governamentali emergano scisse dalle nebbie del sacro e appaiano
nella nuda dimensione economica.
L'anarchismo giuridico o critico - che qui introduciamo in opposizione all'idea di comunismo critico
proposta da Negri e Hardt (7) - si muove pertanto secondo i dettami di un doppio movimento: una
volta nei confronti della teologia come maschera del governo economico e una volta nei
confronti della teologia come nostalgia del primato della politica.
Note
(1) Cfr. G. M. Bravo, «Introduzione» a Marx-Engels,
Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 9-73.
(2) Cfr. C. Schmitt, Donoso Cortés, a cura di
P. Dal Santo, Adelphi, Milano 1996, p. 14.
(3) M. Stirner, L'Unico e la sua proprietà, trad. di L. Amoroso,
Adelphi, Milano1979, p. 115.
(4) Il libro di Stirner (L'unico) è del 1845, il romanzo di
Melville (Moby Dick) del 1851. Nelle rispettive lingue la frase suona: «Mir geht nichts über
Mich!» e «Who's over me?».
(5) Carl Schmitt ha sostenuto per esempio che fu proprio Marx
il vero iniziatore di quel pensiero economico e amministrativo che decretò la crisi, se non la fine,
della grande tradizione del pensiero politico occidentale. Cfr. C. Schmitt, Donoso Cortés,
cit. p. 77.
(6) A. Negri e M. Hardt affermano per esempio che i contratti fra
le multinazionali funzionano oggi come fonte di diritto internazionale, senza più sottomettersi
all'esame delle singole sovranità statuali (M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002).
(7) M. Hardt e A. Negri, Il lavoro di Dioniso. Per la critica
dello stato postmoderno, trad. di G. Ballarino e V. Marchi, Manifestolibri, Milano 1995.
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