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Teologia e economia
di Marco Baldino
MARZO 2002
1. Civiltà e barbarie
L'espressione "guerra di civiltà" potrebbe significare guerra della civiltà contro
la barbarie, oppure guerra fra civiltà, fra civiltà diverse, fra diversi modi di intendere
che cos'è la civiltà come termine opposto a barbarie. In Occidente, oggi, la barbarie
coincide con il grado zero della tolleranza, con il grado zero della cultura del diritto
e con il fanatismo, e in Oriente? o meglio, nell'Islam (visto che questo è il punto)?
Che cos'è barbarie per l'Islam?
L'attuale scontro fra Stati Uniti e terrorismo internazionale (ma di matrice islamica)
potrebbe configurarsi come guerra della civiltà contro la barbarie, oppure come
scontro fra Culture diverse, che intendono cioè differentemente l'opposizione
civiltà/barbarie, e il caso non sarebbe nemmeno raro.
Il primo conflitto mondiale fu sentito dai tedeschi come uno scontro fra culture,
anzi fra due modi ben distinti di intendere che cos'è civiltà: da un lato la
Zivilisation anglosassone, dal carattere essenzialmente borghese e liberale,
diffusa sul continente dalla Francia; dall'altra la Kultur, il modo di intendere
l'inquadramento statale, la vita economica, la solidarietà nazionale, il diritto, il lavoro
e il valore del pensiero da parte del mondo tedesco, il cui carattere, così ci si esprimeva,
è essenzialmente proletario. Tanto per essere chiari, questo sentire accomunò
personaggi come Troeltsch e Meinecke, Spengler e Löwith, Jünger e Thomas Mann,
Rathenau e Max Weber i quali condivisero il senso che si doveva attribuire alla
Grande guerra. La seconda guerra mondiale fu partecipata dagli americani come
guerra della civiltà contro la barbarie tout-court. Senza questo tipo di interpretazione
difficilmente l'Amministrazione americana avrebbe potuto ottenere dai giovani americani uno
sforzo e un sacrificio così elevati.
Tuttavia, il risultato più cospicuo raggiunto oggi dall'Occidente sulla via della civiltà
è appunto che l'Occidente è esattamente quella forma di civiltà che annovera tra i suoi
massimi valori il non assumere se stessa come metro per giudicare delle altre civiltà.
Parlare di guerra contro l'Islam nei termini di una guerra contro la barbarie sarebbe per
l'appunto non occidentale. Una guerra contro l'Islam, contro i paesi islamici nel loro
complesso, oppure contro un gruppo significativo di nazioni islamiche, qualora si voglia
mantener salda la formula "guerra contro la barbarie", è fuori discussione: o si rinuncia
all'idea che l'attuale crisi possa configurarsi come uno scontro fra Occidente e Islam oppure si
rinuncia all'idea di una guerra della civiltà contro la barbarie.
2. Teologia ed economia
Ciò che non passa tra Islam e Occidente, la resistenza che inibisce in modo
drammatico il dialogo tra le due Culture, è proprio, ed anzitutto, il differente
modo di intendere l'antinomia civiltà/barbarie. C'è diversità nel sentire, a questo
proposito, a partire da ciò che l'una e l'altra Cultura praticano e predicano. Da un lato c'è il
perseguimento, con vari mezzi (mercato, democrazia, sviluppo), di ciò che l'Occidente
chiama "benessere", il quale indica, come sua legittimazione, la predicazione di
un ideale di massima partecipazione (al benessere); dall'altra c'è anzitutto la
predicazione di una "salvezza" escatologica che si radica in pratiche religiose
collettive fondate sulla rivelazione coranica, le quali determinano lo stile di vita
del musulmano. Nel primo caso si tratta di una concreta ricerca della felicità
individuale e collettiva legittimata da un "grande racconto" (il benessere massimo);
nel secondo si tratta dell'organizzazione giuridica della vita individuale e collettiva
all'interno del grande progetto teologico della salvezza.
Per il mondo islamico, e in questo caso dobbiamo parlare del mondo islamico
tout-court e non delle frange radicali e inclini alla violenza, la barbarie coincide
proprio con la tendenza dell'Occidente a globalizzare il proprio
modello di vita. È di fondamento coranico non solo il principio dell'unità solidale dei musulmani,
ma anche quello dell'ostilità nei confronti di tutto ciò che cade fuori dalla sfera
islamica, massimamente nei confronti di ciò che ne attenta l'integrità
(1).
Nell'orizzonte dell'Occidente è l'economia ad assoggettarsi ogni altra forma di
sapere, ogni altro obiettivo - il benessere o, che è lo stesso, il consumo
è qui un concetto economico. L'ideale di massima partecipazione al consumo-benessere
presuppone sì l'esercizio di un vasto insieme di saperi, ma questi saperi sono poi subordinati
alla realizzazione di un obiettivo economico ed organizzati in modo tale da rendere socialmente
percepibile la "felicità" come cosa interna alla sfera mondana. Nell'orizzonte
islamico (come lo fu per altro, nei secoli passati, in quello cristiano) è invece la teologia
a subordinarsi ogni altra forma di sapere e ad organizzare le forme dell'esistenza individuale
e sociale in modo da rendere percepibile al vero credente la prossimità intemporale della
salvezza. La felicità, per il musulmano, non consiste nel benessere immanente, ma nella
salvezza trascendente. L'Islam, si dice, è "religione di legge", e ciò significa anzitutto che
la religione fissa le condizioni giuridiche della salvezza; ma l'Islam non solo fonda il diritto
sulla rivelazione (ciò che noi chiamiamo teocrazia), ma fonda altresì il kalam,
il discorso della salvezza, sul costume giuridico: la legge rivelata investe totalmente
l'esistenza umana, la ricopre senza scarti e determinando i rapporti politici tra gli uomini
vi inscrive la cifra della salvezza (ciò che noi chiamiamo integralismo).
Il volto dell'Islam rivolto all'Occidente - giusto per evitare illusioni - non è quello del misticismo
Sufi o della tradizione dei falasifah, bensì quello della Jihad che,
se pure alla lettera non significa "guerra santa", è in ogni caso un tratto della
dottrina canonizzato da tutti i trattatisti come guerra contro gli infedeli
(2), e se l'Occidente, con la sua eresia immanentista,
con la subornazione del creato ad opera della tecnica, con la sue forme di vita dominate
dal principio corrotto di una felicità totalmente immanente è la rovina del mondo,
l'Islam è in verità la sua salvezza: «Allontanati - dice il profeta - da chi storna sdegnoso il volto del
nostro avvertimento e non vuole che la vita della terra».
Non è facile prevedere se questo conflitto prenderà o no la forma di uno scontro
di civiltà, l'insistenza di molti osservatori politici, culturali e religiosi sulla necessità
di evitare, anche solo nell'uso delle parole, questa ipotesi estrema, rivela in realtà l'esistenza
di un profondo timore. È chiaro infatti che esiste una netta incomponibilità tra "salvezza"
e "consumo", tra un tipo di esistenza ordinato al progetto teologico della felicità
come salvezza celeste e un tipo di esistenza ordinato al progetto economico della
felicità come benessere terrestre.
3. Cristianesimo e islamismo
Il Cristianesimo, bisogna dire, ha in verità abbracciato l'Occidente impedendosi di
crescere nel suo seno come un letale organo autonomo. Questa precisa opzione,
che alla fine sottomette la teologia all'economia, ha però favorito il radicamento della
religione cristiana sottoforma di uno strumento correttivo: non è che in Occidente
manchi un discorso della salvezza, semplicemente questo discorso, mentre trasferisce
la tensione escatologica alla sfera interiore, viene a svolgere un compito esteriore
di riequilibrio etico. Il valore religioso della salvezza è senz'altro componibile, per il
cristiano, con il valore laico del benessere, purché il suo personale problema
soterico rimanga determinato dal problema della vigilanza etica (vigilanza di sé e
della collettività) sullo sviluppo delle forze e delle forme dell'economia.
Il Cristianesimo crede in tal modo di aver risolto l'antinomia universale/particolare,
cruccio dell'Occidente fin dai tempi dei Greci. In realtà il Cristianesimo si trova
nella dannazione di non poter affermare con decisione né l'universalità della
propria soteriologia, perché all'esterno finisce immancabilmente con l'incontrare il limite
invalicabile di un'altra grande soteriologia, anch'essa di impronta universalistica, e, nello
stesso tempo, di non poter affermare con eguale decisione la propria etica regionale perché
l'economia, che è il principio vitale del nuovo corso dell'Occidente, edifica il proprio sistema
proprio attraverso una decostruzione della teologia; il Cristianesimo finisce cioè per
incontrare, nella sua stessa "patria", e quindi all'interno, un altro limite invalicabile, quello di un
sistema che tende a produrre da sé la propria autocorrezione e la propria etica.
Il problema del confronto o dello scontro fra Islam e Occidente passa, per così dire,
attraverso l'antinomia economia/teologia, non attraverso la questione dei monoteismi,
come pure qualcuno ha sostenuto. Ora, agli occhi dell'Islam, ben prima che questo
si configuri come "radicale" o "terroristico", il cedimento della teologia nei confronti
dell'economia è semplicemente satanico. Del resto - è cosa a noi stessi ben nota - che il
Cristianesimo, in particolare il Protestantesimo, ha svolto un ruolo determinante nella formazione
dello spirito capitalistico. Non c'è da stupirsi quindi se il Cristianesimo viene ora
individuato quale agente primario dell'eresia economico-immanentista la quale,
per di più, è in continua espansione e, in questa sua inarrestabile opera di
conquista, mette opera costantemente una radicale corruzione del senso teologico della
creazione e della legge rivelata. Il Cristianesimo, spirito dell'Occidente, viene
quindi identificato come spirito "satanico"; l'Occidente diventa allora, agli occhi dell'Islam,
quella parte dell'umanità cui tocca di essere emendata. Il fatto che frange estremistiche
del mondo islamico intendano questa purificazione come il raschiamento impietoso
della piaga che si attua attaccando i centri nevralgici della civiltà occidentale,
con azioni spaventose, è qualcosa che può non piacere per esempio ai cosiddetti musulmani
moderati ma che trova inequivocabile sostegno nella teologia politica dell'islamismo:
ebrei e cristiani sono comunemente equiparati, dall'Islam, a dei semplici contraffattori
di quella parte della rivelazione che Iddio stesso aveva loro destinato.
Va detto, quindi, che non è l'Occidente a porre la questione del conflitto in termini
di "guerra di religione"; l'Occidente tende anzi a porre ogni cosa sotto lo schema
generale dell'economia. Loro, il nemico, i terroristi islamici, odiano l'Occidente proprio
per questo, perché de-teologizzano tutto, perché fanno di tutto una questione di denaro.
In effetti, è proprio il radicalismo islamista a volere ad ogni costo ricondurre il conflitto sotto
un'altro schema. Gli islamisti radicali si sentono aggrediti, o meglio, esprimono, per mezzo
di atti terroristici il disagio dell'Islam (inteso come un buon numero di
stati musulmani) nei confronti dell'aggressione esercitata non dagli eserciti, ma dal sistema
occidentale, ossia dal capitalismo, il quale, per sua intima natura, è espansivo:
la volontà speculativa del capitale - scrive ad esempio Bataille -
«tende a far passare nel proprio campo di sfruttamento l'insieme degli uomini e la totalità delle
forze disponibili», «un'impresa capitalistica cresce e abbatte ciò che resiste; deve trasformare
e assimilare ciò che le si para innanzi: la totalità della forza disponibile entrerà prima o poi
nei suoi ingranaggi» (3).
Quando di sostiene, come fanno alcuni, che l'intima motivazione del terrorismo
islamico sarebbe la conseguenza politica del profondo divario di ricchezza tra Nord e Sud del
mondo, quando si auspicano misure correttive capaci di colmare o almeno mitigare questo divario,
quando si invoca la "globalizzazione dei diritti", cioè l'ottimizzazione planetaria del concetto
giuridico occidentale come base fondamentale per la conquista di quell'obbiettivo, forse
non si comprende a sufficienza che il fondamento del nostro ragionamento è l'implicita
assunzione della tetragona inaggirabilità del principio economico "consumo-benessere".
L'intima motivazione del terrorismo islamico non è la "povertà" (concetto cristiano, troppo
cristiano), ma il passaggio, forzatamente imposto, da un diritto teologicamente fondato a un
diritto economicamente fondato e quindi la sostanziale de-teologizzazione del mondo.
4. Guerra e polizia
Islam e Occidente non solo sono radicalmente alternativi, ma l'Occidente è
costantemente impegnato in un'opera di decostruzione della propria teologia
che indebolisce la sua stessa matrice cristiana; è il cardinale Ratzinger a denunciare
quest'opera distruttrice indicando nel relativismo postmoderno la causa della crisi
del Cristianesimo: la rinuncia alla verità e le derive sofistico-immanentistiche delle
filosofie tardo-novecentesche toglierebbero al Cristianesimo la base sulla quale
questi aveva edificato la propria dimensione universalistica e lo priverebbe di quegli
argomenti razionali che gli consentivano di porsi come vera religio
(4), Il processo che porta l'economia
al vertice dei saperi e il consumo-benessere al vertice dei valori è frutto di un lungo
processo di demolizione il cui senso complessivo si riassume in ciò che la parola
Occidente esprime e racchiude quando si parla oggi, in Occidente, di civiltà. L'introduzione
tendenziale della dominante economica nella nostra forma di vita deve infatti essere
compresa come il più grosso tentativo fin qui svolto di rendere impossibile il ritorno di
cose come la teocrazia e l'integralismo. Teocrazia e integralismo sono per noi occidentali
manifestazioni barbariche molto prima che queste si trasformino nel fenomeno terroristico
che oggi ci aggredisce, e se sull'altro versante benessere e immanentismo sono anch'essi
considerati barbarie, resta allora fermo che ciò che si scontra qui non sono il bene e il
male - in questo senso il sindaco Giuliani sbaglia a voler liquidare il "relativismo morale"
(5) -, ma due modi inconciliabili di intendere la barbarie; ed
è esattamente in nome di questo "relativismo" che l'Occidente dovrebbe, evitando di cadere
in laceranti contraddizioni, intraprendere la propria battaglia contro il terrorismo, non in nome
della Civiltà, ma in nome della propria civiltà.
In quest'ottica, la criminalizzazione del nemico è insufficiente ad attuare la necessaria
difesa o ritorsione. Sebbene la guerra di invasione, di occupazione e di assoggettamento
sia apparentemente fuori causa, la sostituzione del nemico con il criminale e della guerra
con il diritto penale e con l'azione di polizia rivela il residuo teologico che agisce al fondo
della società economica. La giuridicizzazione della guerra non è un passo avanti sulla via
della civiltà del diritto, ma un passo indietro verso l'inciviltà della forma-inquisizione.
La trasformazione del nemico in mostro, in demone, favorisce infatti la riteologizzazione
dello scontro, sì da rendere possibile, quantunque contraddittorio, il passaggio, spesso
inconsapevole, dalla "guerra" (per esempio fra civiltà) all'idea di una lotta incondizionata
tra il bene il male assoluti. I nemici, quando diventano minacciosi, o aggressivi, andrebbero
colpiti, non processati. Questa idea inquisitoria di sottoporre il nemico a un giudizio penale è
esso stesso teologico in quanto riduce o innalza il proprio nemico a nemico del Bene o
di Dio. Un tempo il nemico vinto veniva passato per le armi oppure, ad onore del vincitore, veniva
graziato; oggi, a partire da Norimberga, si preferisce tradurre il vinto davanti ad un tribunale e
condurlo al rogo simbolico di una condanna di reiezione davanti all'intera umanità.
Per l'Islam la "guerra santa" ha esattamente questo valore di guerra contro il male, ma
anche il passaggio dalla guerra al tribunale rimane come segnato da un'idea di morale
assoluta. Al contrario, il problema con il quale, da occidentali, ci dobbiamo misurare, non è
quello di creare le condizioni per una "giustizia infinita", ma solo di creare le condizioni
di una sicurezza sufficiente.
Nota
(1)
Cfr. S. Noja, LIslam e il suo corano, Mondadori, Milano 1988, p. 14 sg.
(2)
Cfr., Ibid., p. 137.
(3)
G. Bataille, Il limite dellutile, a cura di F. C. Pappero, Adelphi, Milano 2000, p. 64 sgg.
(4)
Cfr. J. Ratzinger, «La verità cattolica», Micromega, 2, 2000, pp.41-64.
(5)
«Lera del relativismo morale deve finire - dice Rudolf Giuliani in un discorso tenuto alle Nazioni Unite il 1° ottobre 2001 - A chi sostiene che dobbiamo capire le ragioni del terrorismo, dico: venite con me alle centinaia di funerali ai quali sto andando io».
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