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Che cosè la geofilosofia?
di Marco Baldino
GIUGNO 2001
1. La disfunzione del progetto occidentale
La filosofia non rende più saggi così come non rende più sapienti, non aiuta l'individuo a
prendere decisioni utili per la sua vita né, tanto meno, dà la felicità. Tuttavia, non lascia
affatto ogni cosa al suo posto - la filosofia non è vacuo esercizio. Si potrebbe dimostrare
ciò con un ragionamento indiretto, chiarendo per esempio quanto il potere politico si sia
di volta in volta prodigato per appropriarsene o per regimarne i flussi.
Ma il problema è in realtà più complesso e, insieme, più semplice di quanto non appaia,
primo perché la filosofia non è una semplice preda del politico, secondo perché il rapporto
tra filosofia, politica e, vedremo, storia, è estremamente articolato e solo il gioco di questo
articolato, che assomiglia alle figure variabili di un caleidoscopio prodotte da un movimento
che rimette ogni volta in gioco la posizione reciproca di infinite particelle di colore diverso,
solo la valutazione di questo gioco, dicevo, ci fornisce delle indicazioni utili circa la
determinazione della fisionomia della nostra forma di vita, la nostra Kultur, ciò che per
abitudine, da tempo, chiamiamo "Occidente".
Si può pertanto partire dall'osservazione che la filosofia è un aspetto costitutivo ed
essenziale del "progetto occidentale".
La necessità di definire tale espressione, "progetto occidentale", impone tuttavia di chiarire
anzitutto il senso che la parola "progetto" assume qui. Se per progetto intendiamo lo sguardo
gettato in avanti, la prefigurazione di ciò che si farà, il piano strutturato di una edificazione,
si potrebbe dare allora la seguente definizione: progetto è il piano che permette di prefigurare
prima tutto ciò che c'è da fare per affrontare poi una determinata edificazione.
In generale il piano sulla cui base ha trovato sviluppo e si è edificata la nostra forma di vita
comprende tre ordini costruttivi: quello dell'organizzazione della convivenza, quello della
continuità dell'evenienza e quello della certificazione della credenza. L'Occidente
è una edificazione ininterrotta il cui dispiegarsi è dato come articolazione di questi tre ordini di
problemi e di soluzioni costruttive. Sul piano della convivenza il progetto occidentale si dispiega
come organizzazione statuale; su quello dell'evenienza e della sua impermanenza si dipsiega
come Storia e su quello della credenza e della sua incertezza si dispiega come Filosofia. Lo Stato
organizza la comunità, la Storia trattiene gli eventi, la Filosofia trasfroma la fede in verità.
Qualcuno potrebbe domandarsi in che senso la filosofia sarebbe una certificazione della
credenza, e la risposta è che la filosofia nasce e si afferma in opposizione al mito. La lotta tra
filosofia e mito è attestata autorevolmente in Platone. Ora, tale lotta è anzitutto una lotta per il
controllo della sistema dell'educazione (Paidéia) e si articola: 1. nell'esclusione dei poeti,
cioè dei sapienti produttori di miti, dalla Polis; 2. nella ricollocazione della sapienza mitica in
posizione subalterna rispetto al sapere filosofico; 3. in una condanna senza appello del
sofista, ossia di colui che pratica una privata e quindi particolaristica Paideia e per di più in
cambio di denaro.
Del mito il filosofo rifiuta anzitutto la natura meramente fideistica
(è vero ciò che è creduto con forza) e l'incapacità di porsi come sfera esclusiva, cioè
l'incapacità di invalidare anticipatamente la comparsa di altri miti, e quindi di verità diverse
e tra loro opposte. La filosofia oppone al sapere particolare del mito e alla sofistica
l'idea di un sapere universale e incontrovertibile. Ora, la certezza che il filosofo ha
di avere per le mani un sapere assolutamente certo si basa sull'acquisizione di due
nozioni: 1. la verità come non-nascondimento (Alétheia); 2. L'essere come
totalità (En-pan). Per mezzo del richiamo a queste due nozioni la filosofia si impone
come fede totale, esclusiva: la filosofia è il sapere eterno e ubiquo del non nascosto, ossia di
ciò che, permanendo immutabilmente nella luce dello sguardo del filosofo, è sempre, e ovunque,
vero.
Quanto questa convinzione sia a sua volta una credenza è qualcosa che, a partire dalla rottura
dell'hegelismo, verrà perentoriamente messo in luce. La filosofia non è un sapere certo più di
quanto lo fosse il mito, con la differenza che questo mito che è la filosofia ha trovato nel
coordinamento con lo Stato e con la Storia il mezzo per reprimere, squalificare o annientare
ogni diverso uso della mente.
Stato, Storia e filosofia non sono grandezze indipendenti. Insieme costituiscono quella
risposta ai problemi della convivenza, dell'impermanenza dell'evenienza e dell'incertezza della
credenza il cui gioco caleidoscopico costituisce la forma cangiante, eppure sempre una, della
civiltà occidentale. Ci si potrebbe esprimere dicendo che ciascuna di queste tre grandezze
presuppone e rinvia infallibilmente alle altre due e che nessuna delle tre avrebbe il significato
che ha fuori dal loro reciproco e ternario rapportarsi e che non potrebbe separarsene senza
compromettere l'assetto dell'intero sistema, senza determinarne, in qualche modo, la rottura.
Si tratta di un sistema di piani trasparenti, ciascuno dei quali reca un disegno; la loro
sovrapposizione, in molteplici combinazioni, ci restituisce il disegno completo della
Kultur occidentale. Ciò che consente la lettura dei tre piani come progetto di civiltà è
pertanto la trasparenza stessa. Potremmo chiamare questo sistema di sovrapposizioni
complesse la sintesi occidentale, ossia la riunione, la congiunta capacità di promozione
e il collegamento mobile di Stato, Storia e Filosofia, più la trasparenza stessa di ciascun piano
rispetto agli altri.
Per esempio, un sapere che si volesse certo al di fuori del vincolo imposto dell'esistenza storica
altro non sarebbe che quel mito contro cui Platone si batté per imporre la filosofia come
fondamento di ogni educazione pubblica. Inoltre, se non vi fosse un controllo centralizzato e
unico del sistema educativo, se la Paideia si presentasse come una molteplicità di proposte
conflittuali e irriducibili, allora non vi sarebbe propriamente nemmeno Stato, non vi sarebbe
cioè il sistema unico della pubblicità e quindi nemmeno il sistema unico del senso, non vi
sarebbe cioè quella Einsinningkeit, quell'unisignificanza dei fatti che è il fondamento della
mente occidentale. Al suo posto avremmo qualcosa come una pluralità di sensi privati e
di immagini difformi e quindi la possibilità, sempre data, di un loro conflitto incomponibile; si
avrebbe cioè qualcosa di potente, di tirannico e, allo stesso tempo, di inerte, di molle, di infido,
qualcosa di superstizioso e, allo stesso tempo, di abbacinante come una caliginosa notte lunare,
come una creatura incantevole e pure velata di umide nebbie, fioca, febbricitante, internamente
corrotta e contraddittoria come Madame Chaucaht (1).
Dunque l'Occidente è anzitutto Stato, cioè l'apertura di uno spazio pubblico a misura
dell'Uomo, la cui misura è cioè l'Uomo ma solo in quanto essere filosoficamente educato
- quindi: Homo philosophicus e non "uomo" semplicemente. L'Occidente, per seguire le
metafore della Montagna incantata, è il "giorno chiaro", la "luce diurna", dove le cose
appaiono nella loro incontrovertibile oggettività, e "fredda", cioè razionale, e infine "vitrea",
ossia trasparente, non equivoca. Questo spazio pubblico, razionale, oggettivo e inequivoco è
l'ambito di manifestazione degli eventi di senso. Il senso di tali eventi è, per l'essere
filosoficamente educato, univoco, cioè universalmente comprensibile e trasmissibile.
Tali eventi sono quindi, per così dire, "fatti eterni", il che per l'appunto significa: trasmissibili
secondo un unico senso. Per questo motivo essi sono detti appartenere alla Storia.
La Storia non è lo spazio dei fatti che semplicemente accadono e a cui l'"uomo" semplicemente
si conforma, ma l'ambito dell'accadere di "fatti eterni", i quali sono "fatti" solo per l'Homo
politico-philosophicus.
La fase di tenuta della nostra forma di civiltà si dispiega tra due momenti apparentemente
opposti e incompatibili: sintesi e desintetizzazione. Tuttavia, l'"espansione" del sistema ha finito
per determinare una crisi irreversibile. La "crisi" dell'Occidente non è dovuta all'irruzione
di un elemento allotropo, ma al semplice fatto che, per espansione, il politico macina tutto il
non-politico, la metropoli macina senza sosta il provinciale e il periferico, l'urbanismo
ingurgita l'agro, la foresta, la montagna …, il filosofico assorbe tutto il non-filosfico
(la letteratura, l'arte, il cinema, la televisione, il sogno, la follia …) - la filosofia si diverte anzi a
produrre essa stessa la propria decostruzione; mentre la Storia macina tutto l'extra-storico,
dai popoli senza storia alla storia di ciò che, non dischiudendosi "in pubblico", a rigore
sarebbe privo di storia. Ora, questa espansione ha determinato ciò che Baudrillard
chiama "implosione", ossia la sospensione "chimica" di ogni opposizione classica in una
soluzione di reversibilità o aggregazione casuale o, comunque, secondo leggi non riconducibili
a un qualsiasi riferimento noto. Tale stato sospensivo è ciò che noi chiameremo "desintetizzazione".
La desintetizzazione va intesa non come una sorta di riflusso, ma come un movimento
di deriva, come nell'espressione deriva delle galassie nella teoria del Big bang.
All'allontanamento reciproco delle nebulose fa qui riscontro l'allontanamento reciproco
di Stato, Storia e Filosofia e delle loro parti interne le une dalle altre; si tratta dello
scompaginamento del sistema occidentale o, più in specifico, della rottura del sistema di
legittimazione dell'uso occidentale della mente, e quindi anche della disfunzione del
progetto che a quell'uso si richiama.
La desintetizzazione non è qualcosa come una contrazione, un'eclissi o un tramonto
dell'Occidente, bensì solo la fase avanzata della sua espansione. In altre parole,
"desintetizzazione" è un modo per dire che ci troviamo in una fase di avanzata
occidentalizzazione del mondo e, nello stesso tempo, e per lo stesso ordine di motivi,
in una fase di avanzata rarefazione del carattere originario dell'Occidente in quanto tale - di qui
le molte reazioni provenienti dai più diversi settori del tradizionalismo la cui rivolta contro
il mondo moderno è tesa a ridare all'Occidente la grandezza dell'inizio. Una tale tensione
sembra infatti orientata a restaurare quel carattere originario che la modernità, ossia
l'avanguardia dell'occidentalizzazione, avrebbe rarefatto fino al puro e semplice vuoto;
di qui, pertanto, tutte le teorie dell'oscillazione cosmica, dell'avvitamento, del ritorno su
se stesso dell'Occidente e di qui, quindi, anche tutti i miti della nuova nascita e della
ri-fondazione.
La desintetizzazione rappresenta pertanto l'indebolirsi progressivo delle forme di controllo
sull'uso della mente, in modo tale che quando dei flussi di pensiero non codificato si
presentano al proscenio del teatro filosofico, lo Stato non ha più la forza di adottare delle
autentiche misure repressive: roghi, incarcerazioni, divieti, espulsioni, ecc. ecc..
Che vi sia desintetizzazione lo si può desumere indirettamente da quello che potremmo
chiamare l'effetto Doppler della civiltà occidentale, una sorta di spostamento "sul rosso"
della "luce" proveniente dalle varie formazioni dello spirito oggettivo in cui Stato, Storia e
Filosofia si annodano in vario modo.
L'effetto Doppler di cui parliamo consiste per esempio nella registrazione del declino del
modello universalistico dello Stato-nazione europeo e, più specificamente, nello spostamento
degli investimenti politico-giuridici sul locale e sul territoriale, in modo tale che la statalità
sembra prodursi più come una molteplicità di spinte eversive che non come una totalizzazione
dell'esistenza collettiva nell'universalità etno-politica della nazione. Alla biopolitica come
perfezione della statalità occidentale (la sussunzione della vita come fatto biologico sotto
un potere che agisce con disinvoltura estetica) si sostituisce una sorta di geopolitica
delle istanze territoriali (la disseminazione del politico nelle pieghe della concreta territorialità
e domesticità dell'esistenza).Così la filosofia non si produce più come progetto educativo nazionale, ma come una
sorta di morale concreta che articola verità locali e fatti transitori ad uso di comunità ristrette.
Alla filosofia universitaria, che districava insegnamenti universali per una comunità priva di
divisioni particolaristiche al suo interno, e quindi una comunità etnicamente, giuridicamente
e politicamente omogenea - che garantiva l'universalità della formazione attraverso un
sistema di titoli e attestati pubblici -, si affianca qualcosa come un pensiero che parla senza
legittimazione, senza autorità, senza attestazioni e quindi un pensiero selvatico, o per meglio dure,
"inselvatichito", de-civilizzato, che muove da un arretramento verso l'appartenenza territoriale
piuttosto che da un investitura imperiale. All'ermeneutica come perfezione della filosofia
pubblica del secondo Novecento (2) si sostituisce un pensiero delle istanze locali, una
geo-filosofia; all'immagine del professore di Stato, del filologo capzioso, del pedagogo,
del geloso custode dell'ortodossia e dell'accumulatore di glosse si affianca, proprio nel
senso che gli scivola sul fianco, a dritta, quella del pensatore corsaro o, meglio ancora,
pirata, vampyr, colui che succhia l'anima (il succo, la linfa di un pensiero) introducendo nei
corpi (la sua immagine pubblica) uno spirito che non gli corrisponde (Wild textualism) - alla
produttività e commensurabilità del lavoro filosofico, tipica per altro di ogni formazione
omogenea, si sostituisce una sorta di disseminazione eterogenea della funzione del pensare,
uno spostamento del registro del pensiero dall'accumulo al dispendio, dall'educazione al
complotto, dal capitale al tesoro (3), dal potere universale alla munificenza transitoria. Su
questa base viene formandosi un'altra economia del pensiero che al governo mondiale
della mente affianca qualcosa come un liberismo o un anarchismo del suo uso, al cattolicesimo
del pensiero (rivelazione + tradizione + magistero) affianca una mente ignara della rivelatività
filosofica, disconoscente il magistero dei chierici e che esercita una sorta di libero esame
della tradizione: luteranesimo della mente.
(Lo stesso dicasi infine per la storicità. Questa non si produce più come unisignificanza del
mondo e dei fatti. Al patrimonio spirituale omogeneo e trasferibile delle nazioni si sostituisce
l'esperienza della discontinuità e della rottura, alla storia universale l'incommensurabilità
della esperienze storiche delle concrete comunità locali).
2. L'assoluto terrestre
Geofilosofia significa anzitutto ciò che dice il suo nome: geo-filosofia, filosofia della terra.
Resta tuttavia impregiudicato il senso del genitivo che, com'è noto, può essere inteso in un
duplice senso.
In senso soggettivo l'espressione "filosofia della terra" è filosoficamente banale, essa rimanda
infatti alla cosmologia se per "terra" intendiamo l'orbe, oppure alla filosofia naturale o Fisica
se per "terra" intendiamo i phýsei onta, gli enti che provengono dalla Phýsis e che pertanto
sono determinati dalla kínesis, dalla "motilità", oppure ancora all'antropologia se per "terra"
intendiamo quel settore dell'ente che costituisce il complemento subordinato della sfera della
trascendenza: l'etica come determinazione del bene, l'estetica come determinazione del
bello, il diritto come determinazione del giusto e la politica come determinazione della vita
buona (4).
In senso oggettivo "filosofia della terra" può significare ancora due cose: 1) la terra della
filosofia, in senso enfatico, cioè la patria, o, come si usa dire oggi, sotto l'influenza di una
grande e controverso maestro come Heidegger, la Heimat, il luogo natio o ventre da cui il
pensiero è messo o rimesso-al-mondo; 2) oppure l'esser consegnato (del pensiero) alla terra,
la terrestrità assoluta del pensiero, la sua prigione, per dirla con Nietzsche - se intendiamo
rettamente quel suo appello alla fedeltà nei confronti della terra -, e quindi di nuovo
l'antropologia, ma in un senso molto diverso da quello prima ricordato.
Presa nel senso oggettivo l'espressione "filosofia della terra" può significare quindi sia un
rimando alla trascendenza dell'essere, il quale sarebbe la vera patria-matria del pensiero
(il pensiero è dell'essere, gli appartiene, è lui che lo rimette-al-mondo), sia il rimando ad un piano
dell'«immanenza assoluta», sul quale trovano consistenza l'umano e lo storico ma non vi è più
traccia dell'Uomo né della Storia, nel quale è contemplato il celeste, ma solo come dimensione
possibile di un assoluto terrestre, è ammesso il problema teologico ma solo come problema
interno all'orizzonte di un assoluto antropologico. Un tale pensiero più che accertare la caduta
dell'uomo in un sistema chiuso lo esprime, ne è, per così dire, la manifestazine sintomatica.
Presa nel senso oggettivo l'espressione "filosofia della terra" rimanda quindi a due cose
inconciliabili, di cui una sola è la geofilosofia nel senso sopra accennato, nel senso cioè
di un pensiero delle istanze locali, di un uso "luterano" della mente e di un pensiero
dell'immanenza. Ogni altra accezione del termine rinvia invece, sempre di nuovo, al primato
filosofico della teologia.
In generale la filosofia è esattamente il tentativo di assumere la terra nel cono di luce di
uno sguardo "elevato" ed "eterno" capace di abbracciare tutto con un sol colpo d'occhio
(Platone: synoptikós), o di pensare il tutto o le condizioni di possibilità del tutto (Kant) e
quindi di rifletterne gli elementi e le articolazioni rapportandosi a Dio o al suo supplente
secolarizzato, il soggetto (5), che di Dio, come ha scritto
Deleuze, conserva giustappunto l'essenziale: il posto.
La metrica del filosofare ammette pertanto, quale unica dimensione, la verticalità, il suo
presupposto è che il tutto è trasparente in tutti i sensi, la sua perfezione è la teologia, il suo
movimento un movimento di bascullazione tra il su il giù: 1. elevazione prospettica, tesa alla
comprensione di tutte le differenze e dei loro rapporti; 2. descensio ordinatrice, tendente
all'organizzazione e alla distribuzione di quanto più senso
possibile (6).
A compiere questo passo, a scoprire questa via tra le cricche e nella disfunzione del
progetto occidentale, non è però la filosofia professionale, ma le istanze che ne erano
tradizionalmente escluse: la femminile pensosità domestica, la cupa disposizione provinciale
alle fantasie ossessive. Queste istanze, emancipate dal movimento espansivo dell'Occidente
(urbanizzate, tecnologizzate, acculturate, sprovincializzate), di colpo rimesse tanto alla
libertà del pensiero quanto alla verità della loro provenienza, patiscono qui uno choc
essenziale: dinanzi alla scoperta di essere nient'altro che la riserva muta del mondo
omogeneo, della comunità giuridica e di pensiero, sequestrata ai bordi dell'esistenza storica,
il gesto primario con cui esse fanno il loro ingresso sul piano indifferenziato dell'umano è un
gesto di rifiuto o, per essere più
precisi, di arretramento, di fuga verso la macchia. Tale "arretramento" è qualcosa di
analogo a ciò che Jünger chiamò "passaggio al bosco", ma è anche un risalimento
verso l'alba della civiltà, verso il punto antestorico in cui la separazione e l'esclusione
non sono ancora avvenuti, verso quel grado zero dell'Occidente in cui il pensiero,
sgorgando, non può fondarsi se non sull'assenza di autorità ed è quindi, per dirla con
Bataille, un gesto sovrano, verso il puinto in cui gli eventi, accadendo, mostrano la loro radicale
gratuità e in cui lo stato è presente piuttosto come pura e semplice par-oikía, sistema
di vicinato, forma di condominialità: né pace né guerra si potrebbe dire, semplice
convivenza - del resto bisogna considerare che la pace è una pura finzione, in
quanto essa può darsi solo come azzeramento della conflittualità, assoggettamento brutale
o annientamento del nemico in quanto nemico. Tale "arretramento" esprime il rifiuto di assimilarsi
all'omogeneità produttiva della filosofia di Stato e l'estraneità rispetto al suo sistema di
legittimazione, la derisione della sua funzione pedagogica e l'orrore per la sua professionalità.
È per questo motivo che la geofilosofia, nel punto esatto in cui fluisce, si presenta con i caratteri
di un pensiero selvatico, non conforme cioè agli standard formativi della filosofia pubblica
e quindi come un pensiero non educato, non ortopedizzato, implausibile, a cui non può andare,
per definizione, il consenso della comunità scientifica - e quindi anche un pensiero "falso" o
un falso pensiero e, infine, come un pensiero illegale, irrispettoso cioè dei protocolli e della
legalità scientifici. Il suo approccio metodologico apparirà piuttosto come un
brigantaggio - è questo il significato da attribuire all'espressione "luteranesimo della mente",
almeno dal punto di vista della filosofia omogenea: si tratta dell'esercizio di qualcosa come
un "libero esame" condotto su testi che la chiesa filosofica tramanda, in modo sacralizzante,
all'interno di un magistero consolidato; libero esame che, nelle situazioni più estreme, potrà
presentarsi anche come un testualismo selvaggio o una sorta di vampirismo metodologico.
La geofilosofia come tale nasce invece da un arretramento del pensiero, nasce da un
inselvatichimento, da un tentativo di guadagnare non già un punto di vista elevato, ma un
punto d'avvio il più possibile esterno, laterale ed estraneo alle procedure del pensiero
omogeneo.
Questa per lo meno la sua immagine pubblica, la sua immagine culturale. Nell'ottica
"geo-", quello che qui appare come un insieme di forme implausibili si presenta invece
ora come una lotta contro la cultura ora come una rivolta contro la politica, ora come
un movimento di secretazione, di sparizione e di impulso all'autonomia ora come una
filosofia vittimaria (l'assunzione del punto di vista della vittima e del delinquente al posto
di quello della comunità e dello stato - la geofilosofia indica per altro una vittima assoluta,
un paradigma di vittima: l'idiotés, l'escluso dal pensiero comune, ma anche l'essere che
sta a sé, il privato, il domestico, il paysan, la donna, l'escluso dalla comunità politica e infine
l'escluso dalla comunità storica, cioè l'essere privo di passato e di avvenire).
La geofilosofia, presa per se stessa e in rapporto a ciò che la produce, è cioè, in primo
luogo, un pensiero del di fuori. Questo perché essa ha nel "fuori" l'unico terreno filosofico
ove attingere il proprio avvio; tale "avvio" è "unico" perché ogni altro terreno le sarebbe,
e le è di fatto precluso, dall'esclusione dalla quale proviene: il quasi nulla dell'esistenza
eterogenea e della pensosità provinciale. Nel tentativo di raggiungere una certa
comprensione della propria consistenza teorica e del proprio ruolo culturale la geofilosofia
giunge così a pensare il luogo della propria Herkunft, che significa tanto appartenenza
quanto provenienza, come il frutto di un'attività meiotica in seno a uno spazio di
immanenza. I meccanismi di esclusione e di rimozione propri dell'attività meiotica destinano
una parte dell'ente alla reiezione: è la meiosi a produrre quella regione sequestrata che
costituisce, all'interno della totalità delle cose viste, organizzate, trasmissibili e sensate,
una Mërtvogo doma, una casa morta, una regione chiusa dell'eterogeneo che non
somiglia a
nulla, con leggi sue, suoi usi, con una vita come non esiste in nessun altro luogo, dove si
può supporre che non ci sia delitto che non vi abbia il suo rappresentante, dove le forze
esistenti, ivi recluse in coabitazione forzata, sono messe al lavoro sotto la minaccia del
bastone, ma senza che tale impiego abbia alcuno scopo, avente anzi quale unico scopo
quello di ingannare l'attesa. Una casa dove si può quindi imparare la pazienza in attesa
di essere o abilitati ad inserirsi nel luminoso mondo di là, o almeno essere additati da
quello a semplice promemoria morale. Una dimora in tutto e per tutto simile a quel
reclusorio di cui Dostoevskij ha scolpito non solo le figure, ma anche le dinamiche, le
reazioni chimiche, la funzioni vitali e la disfunzione globale - l'Altro, per la geofilosofia,
non è Alto (Evola) (7), ma basso
(Nietzsche) (8). Il grado zero dell'esclusione corrisponde
tuttavia all'infondatezza del mondo e il senso e l'organizzazione della vita collettiva sono
direttamente in funzione del grado di esclusione. In tal modo la crisi di desintetizzazione
dell'Occidente viene ad esprimere, oltre a quanto già detto, l'indebolimento dei meccanismi
di autoriconoscimento da parte del mondo omogeneo, il quale utilizzava, per l'appunto,
il rapporto dentro/fuori per determinare il senso del positivo, del buono e del superiore
rispetto al negativo, al cattivo e all'nferiore. Il positivo e l'omogeneo sono il dentro,
l'eterogeneo, il negativo e il trascendente sono il fuori; il "dentro" è una regione libera,
svicolata, il "fuori" è una regione chiusa e sequestrata; il dentro è la parte del senso, della
ragione, dell'uomo e dell'essente, il fuori è la parte dell'insignificanza, dell'essere, di dio e
della bestia; il dentro è lo spazio urbano organizzato, servito e produttivo, il fuori è «la
consistenza di un insieme vago che si oppone alla legge (o Polis) come un retroterra, un
fianco di montagna o la distesa vaga attorno alla città» (9). La desintetizzazione
dell'Occidente corrisponde pertanto ad un aumento della disorganizzazione del mondo, e
quindi anche ad un aumento della sua insignificanza. Il grado di insignificanza a cui il mondo
si piega corrisponde però al grado di liberazione dei flussi di pensiero non codificato.
A fronte della teologia come perfezione del pensare filosofico la geofilosofia, si potrebbe
dire, dispiega - nel senso che issa, come si issano delle vele - l'imperfezione di un'antropologia
assoluta. Questa, a differenza dell'antropologia soggettiva, che assumeva la terra come
quel settore dell'ente che costituisce il complemento subordinato della sfera della
trascendenza, assume la terra come orizzonte conclusivo, estremo, come un "assoluto",
al cui interno il terreno e il trascendente, l'ente e l'essere, l'umano e il divino,
l'idiotés e il polítes si scambiano senza sosta, in un regime di reversibilità illimitata.
In secondo luogo la geofilosofia è un "pensiero minore". Essere esclusi dal pensiero non
significa non poterne apprendere i lineamenti, bensì: non poter pronunciare una frase
filosoficamente legittima se non vincendo in sé la balbuzie dell'idiotés. "Minore", nel senso
della filosofia professionale e omogenea, è quell'uso della mente che balbetta nel pensiero,
quell'uso della mente che è senza passato e senza avvenire, laddove, per l'appunto, solo
ciò che ha un passato, e quindi un avvenire, e quindi una Storia, è filosoficamente rilevante.
Balbuziente nel pensiero, senza passato né avvenire, è infatti il quasi-nulla della pensosità
provinciale. Presa nel senso "geo-" questa "minorità" è pertanto, per usare un'immagine
deleuziana, l'autonomia del balbuziente in quanto questi si è conquistato il diritto di balbettare.
Infine la geofilosofia è un pensiero provinciale, nel senso che si esercita a partire dal
quasi-nulla della pensosità provinciale e che si dispiega come un sentiero tra i campi.
Non è facile dire se il famoso Feldweg heideggeriano abbia anche questo senso, certo è
che se di sentiero tra i campi qui si parla si vuole alludere ad un percorso che si snoda lontano
dalla rete viaria della filosofia professionale, ad un percorso che non si sa con precisione dove
porti né se porti da qualche parte e quindi a un percorso che deve essere tentato prima di
essere mappato. Il sentiero tra i campi è quindi prima di tutto un sentiero tentativo (Holzweg),
poi è un rapporto orientativo con lo spazio, con il paesaggio e i luoghi (Wegmarken) - e non
con la storia del pensiero omogeneo, almeno non in primo luogo -, quindi un cammino
consegnato allo sviluppo orizzontale della superficie terrestre; lo spirito non si invertica,
non è qualcosa che sale e scende, bensì, come appare chiaro nei preludi del sogno, esso
si distende piuttosto «sulle ampie superfici della terra, egli stesso monte e
campo e terra …» (10).
Perché il cielo abbia un senso
scrive Cesare Pavese, che è forse il maggiore poeta del paesaggio e della terrestrità
del nostro Novecento
bisogna affondare dentro il buio radici ben nere
e se la luce scorre fin dentro la terra, come un urto, allora anche i villani hanno un
senso e ricoprono le colline, immobili come fossero secoli, di verde, di frutta e di
case e ogni pianta all'alba sarebbe una vita (11).
Lo spirito si distende e ricopre le superfici, le colline senza tempo,
all'interno di un "chiuso" che è, potremmo dire, il terra-cielo che delimita l'assoluto
terrestre; non quindi "terra celeste", come pure è stato
detto (12), bensì, al contrario,
cielo terrestre, nel senso che è la terra ad avere un cielo, e non viceversa.
Infine, questa immagine del sentiero, rimanda a una dialettica tra località e
dislocazione, tra radicamento e deterritorializzazione. Nel molto prossimo si
inscrive l'avvio di ogni pensiero. È il paesaggio a determinare le nostre prime
meditazioni. La nostra pensosità si nutre inizialmente forse di nient'altro che
di paesaggio. Nel paesaggio e nella lingua materna
(13), si conserva e si tramanda
la nostra sensibilità ancestrale. La terra, non come simbolo unificante, ma come
questo concreto rapporto con un luogo-territorio particolare, raccoglie e conserva
ciò che, sottraendosi alla manipolabilità, è libero dalla tecnica: il volto degli avi inscritto
nelle pieghe del paesaggio, il piccolo cimitero lassù sulla costa, dove insistono gli
antenati e le cose che durano sempre. Ma senza una dialettica tra radicamento e
deterritorializzazione, tra rimemorazione e fuga, tra le Langhe e Torino o i mari del
sud (per restare a Pavese), il richiamo alla terra è inutile retorica. Il pensiero
provinciale, dispiega questa dialettica. Ma questa dialettica non ricostituisce l'universale,
non restituisce l'eterno, non fornisce soluzioni globali, non dà consolazione, non amplia
la conoscenza e non legittima le scelte politiche. Si potrebbe dire che esso, molto
imperfettamente, articoli verità locali e fatti transitori all'interno di una morale concreta,
anch'essa costantemente transitiva, volta a sgomberare il sentiero per il cammino di una
comunità ristretta, in cerca di un'autonomia e di una "proprietà" nella deriva dell'Occidente,
in cerca di una possibilità di convivenza nel continuum della confliggenza, in cerca di un
diritto e di una responsabilità vittimari nel sistema delflettente delle leggi e dei vincoli
universalistici e, infine, forse, in cerca di una religione terrena nel declino della Trascendenza.
La geofilosofia non è dunque, strettamente parlando, né una nuova proposta teorica,
né politica, anche se ha una sua consistenza teorica e delle politiche da svolgere, quanto
piuttosto un modo di darsi al pensiero «a partire dal lucido furore che cova nella cupa
pensosità degli anfratti periferici». Come tale, essa non è che un fenomeno transitorio
e laterale, esattamente come lo fu il brigantaggio preso in mezzo tra il declino
dell'ancien régime borbonico e l'avvento del nuovo organo politico, lo Stato liberale.
Note
(1)
Cfr. T. Mann, La montagna incantata, trad. di E. Pocar,
Corbaccio, Milano 1992, p. 237 sgg..
(2) Basti pensare al lavoro di depotenziamento svolto da
Gadamer con Heidegger e da Vattimo con Nietzsche.
(3) Non si tratta più di accumulare verità su verità, conoscenze
su conoscenze, sulla base
delle quali organizzare la convivenza e la continuità dell'esperienza, bensì di cercare un
tesoro di verità, nascosto da qualche parte, da spendere - si tratta di scovarlo e di spenderlo
(Treasure Island contro Robinson Crosue;
un tesoro non può che essere dissipato).
(4) «Spetta al legislatore - dice Aristotele - studiare come
e con che mezzi si formano uomini buoni e qual è il fine della vita migliore»
Pol. 1333a, 14-17).
(5) L. Althusser, L'avvenire dura a lungo, trad. di F. Bruno,
Guanda, Parma 1992, p. 179.
(6) A questa tradizione appartengono tutti quei tentativi di
fronteggiare la desintetizzazione
dell'Occidente che, pur avvalendosi di alcune suggestioni geofilosofiche, inclinano a
considerare l'elemento terrestre come una manifestazione più o meno esplicita di un ordine
diverso, Altro e Alto. Rientrano in tale prospettiva i lavori di Massimo Cacciari raccolti sotto
l'etichetta della geofilosofia (M. Cacciari, Geo-filosofia dell'Europa, Adelphi, Milano 1994;
Id., L'arcipelago, Adelphi, Milano 1997), per il quale la Legge, come in Platone, ha una radice
celeste e l'organizzazione buona della convivenza è il riscontro di un corretto rapporto con
il divino - quand'anche inteso come «luce puramente escatologica». Si veda a questo
proposito anche il saggio «Europa o Cristianità», "Micromega", n. 2, 2000, pp. 65-74, dove
Cacciari propone esplicitamente una fondazione "escatologica" della comunità. Solo il
Povero - egli dice -, ossia il vero nudo, esprime il dono di sé in forma perfetta. Ma il dono è
perfetto solo se rivolto all'Assente, a colui stesso che ci ha abbandonati. Infatti, se questo
dono fosse appena men che perfetto, si ripresenterebbe il problema della volontà, e
laddove questo problema si ripresenta, lì la relazione torna ad assumere o la forma del
compromesso-contratto [leggi: liberalismo], oppure, nel migliore dei casi, la forma
dell'eguaglianza con l'altro [socialismo?]. Nel primo caso si ha una mancanza di "vera pace",
il secondo richiede comunque uno sforzo per il superamento della differenza. Solo la relazione
(Cum) tra il Povero e l'Assente è contemporaneamente: a) ciò che salva la distanza; b) una
relazione necessaria. La comunione tra il Povero e l'Assente - scrive Cacciari - è il
Gottesreich, il Regno, e il Regno è l'apertura stessa nella quale si insedia la comunità
umana nella sua forma europea, ossia cristiana. Solo pensata escatologicamente, però, la
relazione tra il Povero (Gesù, il figlio) e l'Assente (il Padre) «fonda la communitas», e
«la relazione è escatologicamente pensata, pensata al suo limite insuperabile, quando è
pensata come insuperabile, e cioè tale da non potersi mai trasformare o in astratta separatezza
[salva la distanza] o in effettuale unità [elimina la distanza]». Il fondamento della
communitas è pertanto la relazione escatologica tra il Figlio in quanto figura della vera
Nudità e il Padre in quanto figura della vera Assenza. Solo così fondata la comunità
potrà costituirsi come una comunione tra gli «assolutamente distinti», e non risolversi
mai in astratto individualismo [liberalismo] o in effettuale ipercomunitarsimo [comunismo,
fascismo]. Tuttavia, basterebbe sostituire alle figure dell'escatologia i corrispondenti
luoghi della tradizionale topo-teologia - Povero = qui/terra/terrestre/abbassamento;
Compimento = là/cielo/celeste/elevazione; Assente = trascendente/altro/alto - per rendersi
conto di quanto questa fondazione sia, in definitiva, una fondazione "teologica", sia pure
in un senso non perfettamente coincidente con il teologismo tradizionale, che Cacciari
critica, in quanto egli lo vede confluire necessariamente nell'immanentismo hegeliano,
ossia, esplicitamente, nella peggior forma di ateismo. In Cacciari Il prefisso "geo", che
precede la parola filosofia, allude semplicemente a una declinazione in tonalità geografica
di quell'unica costruzione che è la tradizione filosofica del pensiero occidentale, non come
se si trattasse di metterne in luce l'impronta, ciò che ne determina di volta in volta in
profondità il modo d'essere, ma come se se ne volessero mettere in luce le inflessioni
locali, le sfumature di colore. In tale prospettiva rientra anche il lavoro di due studiose
che del termine "geofilosofia" hanno fatto un uso in verità più esplicito e ad un tempo
più impegnativo, tentandone anche una definizione: C. Resta («10 tesi di geofilosofia»,
in AA.VV., L'uomo e il territorio, SEB, Milano 1996) e L. Bonesio (Geofilosofia del paesaggio,
Mimesis, Milano 1997). L'assunto di fondo delle due studiose è che il compito del pensiero è
oggi segnato dalla necessità di indicare la via per fuggire la crisi mortale in cui versa
l'Occidente. L'uso del termine "geofilosofia" si giustifica in particolare per il valore simbolico
assegnato al prefisso "geo": La terra, Gaia, rinvia qui al tutt'uno di terra e cielo. "Cielo" è
la parte divina del tutt'uno. Ora, la terra ha perso il suo Nomos proprio perché i mortali, che
abitano il frammezzo di terra e cielo, hanno perso il senso della verticalità. Si tratta pertanto
di ricomprendere l'uomo nella prospettiva della totalità cosmica. Mediante quest'uso simbolico
della terra, e per "orientarsi nel franare del mondo", Bonesio e Resta (non diversamente
da Cacciari) ripropongono un pensiero dell'abitare a partire dall'alto, una considerazione
del con-vivere come ordine che trae dall'alto la sua legalità e conduce la comunità a
riunirsi in quel movimento del senso che la orienta verso l'alto. Si tratta, quindi, di riflessioni
rientranti globalmente nella dimensione teologica della tradizione filosofica.
(7) «Il posto naturale di quest'uomo, la terra in cui egli
non sarebbe uno straniero, è il mondo della Tradizione […]. Una civiltà o società è
"Tradizionale" quando è retta da principi trascendenti […], quando ogni suo dominio è
formato e ordinato dall'alto verso l'alto» [corsivi nostri], (J. Evola, Cavalcare la tigre,
Ed. Mediterranee, Roma 1995, p. 19).
(8) Chiunque senta l'abisso che lo separa da tutto ciò
che è sancito dall'uso - scrive Nietzsche -, e che perciò viene onorato, chiunque provi un
sentimento di odio e di vendetta contro tutto ciò che già è, e che non diviene più, e che è
quindi disposto per questo a derogare alla norma, e che pertanto si troverà a dimorare
assai a lungo in basso, sarà perciò stesso, suo malgrado, avvicinato a quel tipo che il
criminale porta a compimento (F. Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, trad. di M. Ulivieri,
Newton Compton, Roma 1980, pp. 86-87).
(9) G. Deleuze e F. Guattari, Sul ritornello. Mille piani.
Capitalismo e schizofrenia. Sez. III, trad. di G. Passerone, Castelvecchi, Roma 1997, p. 121
sgg.
(10) H. Broch, La morte di Virgilio, trad. di A. Ciacchi,
Feltrinelli, Milano 19934, p. 115.
(11) C. Pavese, «Paesaggio V», in Lavorare
stanca, 1936.
(12) L. Bonesio, La terra invisibile, Marcos y Marcos,
Milano 1993, p. 134 sgg. La terra, pensata sempre come un materiale da trasfigurare,
una regione da riscattare, una condizione da redimere (dalle derive del moderno, dal
dominio tecnico del mondo, dalla pietrificazione dell'ambiente naturale, ecc.) non giustifica in
realtà la scelta del termine "geofilosofia"; sembrerebbe infatti più appropriato, se l'orizzonte
è questo, un riferimento alle teologie integrali del pensiero Tradizionale.
(13) Quella stessa lingua materna alla quale Hannah
Arendt riconosce l'assoluto primato del nominare anche dopo l'orrenda masticazione hitleriana.
Il riferimento è all'intervista rilasciata da Hannah Arendt nel 1964 a Günter Gaus, Was Bleibt?
Es bleibt die Mutter sprache; in italiano H. Arendt, La lingua materna, a cura di A. Dal Lago,
Mimesis, Milano 1993.
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