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Per una filosofia free-lance
di Marco Baldino
GIUGNO 2001
Se in passato la filosofia è stata loccupazione intellettuale delle classi aristocratiche, e poi quella di una casta di professori di Stato, e in qualche caso il portato dalla ricchezza commerciale e industriale, se negli anni Venti e Trenta del XX secolo si erano già sviluppate, in Europa, accanto alla filosofia universitaria, scuole di pensiero legate a riviste, associazioni, club di intellettuali (da Bataille a Jünger) che restituirono distillati filosofici di estrema purezza, e poi divenute sicuri riferimenti culturali, una nuova emergenza filosofica, di cui introduciamo qui forse per la prima volta lindizio, se non altro, esprime oggi non tanto il raggiungimento del livello universitario da parte di qualche istanza sociale emergente, ma la formazione di un pensiero "autonomo"
o, si potrebbe dire, di una "proprietà" filosofica il cui dispiegarsi sembra irriducibile non
solo all'organizzazione centralizzata del sapere filosofico, ma anche alle leggi della
produzione universitaria della verità filosofica.
Questa filosofia autonoma o autonomia filosofica, nel senso che non rende conto di
sé né ai suoi predecessori, perché verosimilmente non ne ha, né alla comunità scientifica,
perché è ad essa esterna, si avvale, per lo più, del supporto di riviste e piccole case
editrici; queste giungono talvolta a svolgere il ruolo di vere e proprie agenzie private
per la ricerca filosofica dispiegando, se vogliamo dir così, una sorta di metodologia
freelance, nel senso di una ricerca che si sostiene con propri mezzi economici e finanziari,
sfruttando i proventi di varie attività, senza passare attraverso gli enti deputati al
sostegno della ricerca, bensì, per esempio, inventando attività parallele e correlate
all'operatività culturale capaci di produrre microcapitali da investire, poi, nella produzione
di riflessione filosofica.
Osservazione importante questa, perché permette di individuare un'area del discorso
irriducibile alla dilettantesca costruzione di filosofie "fai da te". Tali "agenzie", costrette
a sostenere la propria iniziativa con l'inventiva imprenditoriale, sembrano in qualche caso
abbracciarne i meccanismi, dando vita a quella che potrebbe definirsi una sorta di "impresa
di filosofia".
Queste considerazioni preludono alla posizione di alcune questioni generali riguardo allo
statuto e alla funzione pubblica del pensare. Sarebbe infatti singolare se a questa piega
sociologica non corrispondesse anche un mutato temperamento della pratica filosofica
in quanto tale.
È qui che si colloca, meglio che altrove, buona parte della posta teorica dell'intera
questione. Nell'essere altro dalla verità "universitaria" viene qui messa in discussione,
o, per meglio dire, viene qui surclassata, non solo l'espressione organizzativo-statuale
della filosofia, ma anche, in qualche modo, la natura stessa di tale verità. Questo
comporta un riarticolarsi dei discorsi e degli "effetti di verità", direbbe Foucault, che
erodono, magari solo dall'esterno, l'edificio costituito dei saperi e dei poteri correlati,
predisponendo un'area di "libero pensiero" le cui potenzialità andrebbero per lo meno
segnalate.
Più in generale questa "neo" o "post" filosofia sembra caratterizzata da un dato: un
crescente disinteresse per gli enunciati generali della filosofia professionale e una
crescente disposizione a produrne, invece, di particolari; non nel senso dell'applicazione
di regole generali a un caso circoscritto, ma nel senso che tali enunciati risulterebbero
dall'elaborazione di una verità che viene estratta da un "particolare assoluto" e che di
conseguenza vengono fatti "valere" come qualcosa di inestensivamente "locale" e
"transitorio".
Si tratterrebbe cioè di descrivere il funzionamento di qualcosa come un flusso di pensiero
non codificato (vedi «Il codice e il flusso»),
eterogeneo alle forme della produttività universitaria, la quale, per parte
sua, è caratterizzata invece dalle potenze della trasmissibilità, della commensurabilità e
della traducibilità, ossia dell'omogeneità, e che, per definizione, si colloca come un'utilità
fondante e fondamentale non solo rispetto all'intero sistema dei saperi, ma anche
rispetto alle esigenze sociali legate alla loro organizzazione pubblica - secondo la
tradizione universitaria il pensiero filosofico è infatti anzitutto un pensiero "omogeneo",
e un pensiero che non possieda tali caratteristiche di omogeneità è, sempre per
definizione, semplice non-pensiero (1).
Ora, se l'omogeneità è la base stessa del pensiero filosofico, un pensiero non
omogeneo, sulla cui base non potremmo cioè avere, per esempio, né un progetto
pedagogico nazionale, né un linguaggio concettuale comune su cui articolare le
fasi del progresso tecnico, né una griglia per valutare il giusto e l'ingiusto medio
nazionale, cioè un sistema normativo generale, può ancora dirsi filosofico? Un
pensiero che presenta una variabilità continua dei propri enunciati, che tende a
mantenere un nucleo di costanti e di omogeneità strutturali assolutamente minimi,
che tende non già a istituzionalizzarsi, ma a imporre alla stessa filosofia omogenea
un trattamento di "minorazione", è ancora configurabile nel quadro della tradizione
classica e moderna del filosofare?
Sembrerebbe pertanto corretto assegnare, come abbiamo fatto, a questo pensiero,
il prefisso "post-" (vedi «La sintesi occidentale»). Il tessuto concettuale delle sue
scritture è indubbiamente ispirato
alla lexis filosofica e vi è in esse un riferimento costante ai testi e ai nomi della tradizione,
ma vi è anche qualcosa come uno scarto, un clinamen che ne curva la condotta verso
una lateralità dia-bolica, tesa non già a conferire alla tradizione un valore aggiunto,
quanto ad infliggerle, piuttosto, una perdita - una sorta di "luddismo filosofico".
La politica di questa "post-filosofia" sembra infatti puntare, forse nel tentativo di
rendere possibile il riscatto di certi margini della meditazione, a un "indebolimento"
delle strutture dell'omogeneità. Non sembra però trattarsi di una battaglia in nome
delle minoranze "filosofiche", cioè della richiesta di accogliere in seno alla maggioranza
e di tutelare come fenomeni di frontiera o curiosità etnologiche le scuole minori o di
provincia, quanto di indebolire, ripetiamo, il concetto stesso di maggioranza e di
omogeneità in filosofia, di limitare al massimo i dazi, i protezionismi e i proibizionismi
che tutelano la parte omogenea del pensiero e di smascherare i meccanismi attraverso
cui si forma l'autorità stessa del discorso filosofico di Stato.
Note
(1)
Giusto per farsi un'idea si vedano le Vorlesungen über die Methode des
akademischen Studiums, in cui Schelling sostenne che «la formazione
particolare in una singola branca del sapere deve essere preceduta dalla
conoscenza organica del sapere». Tale "conoscenza organica" è ciò che
Schelling, e certo anche Fichte e Hegel, chiamano Scienza, Wiessenschaft,
o, in altre parole, il sapere il filosofico inteso come sapere assoluto e forma
dell'originario rapporto all'essere, dove "sapere" ed "essere" sono per l'appunto
le due sole ed esaustive manifestazioni dell'assoluto (F. W. J. Schelling,
Vorlesungen über die Methode des akademischen Studiums [1803], trad. di
C. Tatasciore, Lezioni sul metodo accademico, Guida, Napoli 1989).
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