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Estetica e totalitarsimo. La Shoah e l’escatologia occidentale
di Marco Baldino

Dicembre 1998

1.

Noi viviamo nel solco di un evento che potremmo definire l’estetizzazione radicale del mondo o la sua romantizzazione; un tale evento vuole che il mondo sia non più che una mera “occasione” per un “io” che ha la potenza della creazione e della plastica.
«La poesia - scrive ad esempio Novalis - è voce che accompagna il nostro io creatore, vittoria sulla rozza natura in ogni parola. La sua spiritualità è espressione di attività libera indipendente - volo - umanizzazione - illuminazione - ritmo - arte» (1). Ciò richiede che le cose siano assunte come essenzialmente “sradicate”. Solo in quanto sradicate esse sono infatti alla pura mercé di quell’“io”, di quel soggetto supremamente manipolatore e solo in questo senso esse possono sempre esser condotte zu-handen, alla mano (rese governabili) e ridotte vor-handen, sotto mano (rese trasformabili). Con il che possiamo forse ritenere di aver indicato il senso unitario del trionfo del nichilismo, del “trionfo della tecnica” e del “trionfo della volontà”.
Nichilismo, volontà e tecnica sembrano così fondarsi su una radicale estetizzazione del mondo.
Dapprima vi è l’assunzione della teoria tedesca del genio sul piano della politica. Ciò ha prodotto per esempio la convinzione che è il genio ad appropriarsi del potere (Napoleone?) e a imporre una legge: la sua. In questo contesto non c’è crimine possibile, in quanto il genio è al di sopra del bene e del male: «La paura dell’estetica è il primo sintomo di impotenza», dice Raskòl’nikov verso la fine di Delitto e castigo.
L’estetizzazione del mondo raggiunge il suo apogeo in Germania con il nazionalsocialismo. Il mondo, la vita, le razze sono qui concepite come materia bruta alla pura mercé di un io che si vuole unica e sola misura di tutto ciò che fa e di tutto ciò che plasma. È necessario osservare che autori come Benn ed altri esponenti della cultura tedesca fra le due guerre si proponevano una vera e propria trasposizione in politica dell’appello nietzschiano a salvare il mondo (dalla décadance) per mezzo dell’arte (da cui deriverà un concetto dinamico dei rapporti tra potere, etica e diritto che è ancora attestato, per esempio, in Max Weber). Il nazionalsocialismo non fece che comporre la teoria tedesca del genio (Schiller) con la teoria tedesca del valore politico della genialità estetica (Nietzsche) con l’idea tedesca del germanesimo come genialità (Spengler). Ciò che ne derivò fu la convinzione del diritto del popolo tedesco, in quanto popolo geniale, a fondare, con libertà estetica, una nuova etica, un nuovo diritto, una nuova geografia delle razze e dei popoli. Il popolo tedesco, in quanto popolo geniale, risulta così posto “al di là del bene e del male” in un discorso tenuto l㤓 ottobre 1936 all’Accademia per il Diritto Tedesco, Himmler affermava: «Noi nazionalsocialisti […] ci siamo messi al lavoro, non senza il diritto che portavamo dentro di noi, ma senza la legge […]. Nell’adempimento dei miei compiti faccio solo ciò di cui posso assumermi la responsabilità, secondo la mia coscienza […]. In realtà attraverso il nostro lavoro poniamo le basi per un nuovo diritto, il diritto alla vita del popolo tedesco» (2).

2.

La Shoah e il nazismo costituiscono pertanto l’“evento cruciale” del nostro secolo. Ciò significa porsi su un piano che non è anzitutto quello della pura ricostruzione storiografica, bensì su un piano dove si considerano anzitutto gli orizzonti di senso. Penso però che se qualcosa ponga noi oggi in un determinato ambito di senso, questo non è, prioritariamente, un evento di “linguaggio” (alla Heidegger, alla Derrida), bensì qualcosa di cui anzitutto non sappiamo bene cosa pensare e di cui non sappiamo bene che cosa pensare per almeno due ordini di motivi: primo perché la Shoah e il nazismo, presi insieme, funzionano esattamente come un evento, nel senso che provengono, anzi li sentiamo provenire da un “altrove” che “ci colloca” e rispetto a cui (e a partire da cui) elaboriamo, consapevoli o no, la metrica per il nostro “abitare” secondo perché tale “evento” è “senza linguaggio”: a cinquant’anni di distanza, noi non abbiamo ancora un pensiero dello sterminio degli ebrei, solo dei nomi: “genocidio”, “Olocausto” e, più di recente, Shoah, che, come dice Nancy, forse non è che un soffio, «Un souffle juif, mais où le “juif” lui-même est soufflé».
È in questo senso che l’evento nazi-Shoah è “evento”, e, per lo stesso motivo, esso è “unico”. Non a pars objecti (il dolore della vittima non ha primati), bensì a pars subjecti - questo perché il nazismo, e lo sterminio come suo senso, non è una sorta di accadimento peregrino, una deviazione inaspettata, un improvviso black-out dell’umano nel cuore dell’Europa, bensì un’intima possibilità dello spirito europeo in quanto tale. La conclusione dell’“escatologia occidentale”, per usare la nota formula di Taubes, nell’assoluto estetico è esattamente ciò che ha reso possibile che la Shoah maturasse come senso del nazionalsocialismo nel cuore della tradizione tedesca al centro dello spirito europeo.
Tutto ciò ci costituisce come umanità “post-nazista”. La caduta del nazismo non impedisce infatti che rimanga in piedi l’essenziale. Non tanto come minaccia di catastrofi politiche, non in riedizioni dell’esperienza dei campi - il che è per altro possibile, ma, appunto, “per altro”. Dopo la caduta del nazismo emerge il carattere più profondo di ciò che lo portò allo scoperto: l’estetizzazione radicale del mondo. Il nazismo e la Shoah sono “un passato che non passa” per il semplice motivo che non sono un passato ma un presupposto, e come tale, il sempre-presente. Nell’ipotesi che ogni epoca abbia il suo sempre-presente, ciò in grazia di cui il mondo si dà come realtà leggibile, come un tempo la croce, per noi, questo “in grazia di cui” è la Shoah, la croce uncinata. La cosmesi, la telefonia, la televisione, non meno della biopolitica, sono le manifestazioni di questa intima vita dominata dal soffio dell’estetizzazione: plastica dell’aspetto e plastica della comunicazione, plastica del senso e plastica della convivenza … Ebbene, tutti questi aspetti della nostra vita ordinaria sono fenomeni di normalizzazione nazi, se scaviamo, troviamo sempre la stessa cosa: l’estetizzazione del mondo.

3.

Ciò che più importa oggi non può quindi essere l’assunzione di punti di vista ideologici “politicamente corretti”, processare ex criminali di guerra o scomunicare determinate tradizioni cultural-filosofiche. Non si tratta di smascherare ciò che in una tradizione o in un pensiero può presentarsi come una responsabilità diretta o indiretta nei confronti del regime di Hitler e della Shoah, bensì di localizzare la diversa e incommensurabile meccanica mediante cui linguaggi, discorsi, immagini e messaggi, che dal soffio di quell’evento traggono il loro avvio, lavorano la nostra cultura. Si tratta, insisto, di mostrare le filiazioni della romantizzazione del mondo dentro il nostro modo normale di pensare; di “far vedere” come vivere e produrre idee e beni oggi è qualcosa che ci rinvia fatalmente all’evento nazi, cioè al suo senso, al problema della “forma”, della forma e della plastica, della formazione plastica del mondo.
C’è dunque un evento politico-spirituale nel nostro secolo che costituisce, e costituirà ancora per molto tempo, lo stigma di questa umanità storica alla quale apparteniamo: tale è l’evento nazi. Bene, ho l’impressione che ciò che conta nel nazismo sia non tanto la razza, ma il fatto che anche la razza, cioè la vita, il bíos, la zoé propria all’uomo, è a disposizione del soggetto. Il nazismo mi pare piuttosto un “occasionalismo” estremizzato. Scrive a questo proposito Gottfried Benn: due sono le leggi che in Europa si sono levate contro il nichilismo: la razza e l’arte, ma «razza e arte risiedono entrambe nello spirito, nel principio che forma consapevolmente» (3). A supporto di ciò vi è poi l’opinione del ministro dell’educazione pubblica del III Reich, Baldur von Schirach: «Noi intendiamo la rivoluzione nazionalsocialista come la sollevazione dell’indole tedesca contro l’arbitrio del freddo intelletto. La sua vittoria significa il trionfo dell’anima su tutto ciò che è meccanico» (4). E infine, ecco l’enunciazione cristallina del creatore politico, del manipolatore per eccellenza, del distruttore e del creatore di nuove specie, il Führer, Adolf Hitler: «Voglio una gioventù atletica. Questa è la prima cosa, e la più importante. Così cancello i millenni di addomesticamento dell’uomo. Così ho davanti a me il puro, nobile materiale della natura. Così posso creare il nuovo» (5); e ancora: «Noi dobbiamo sviluppare la tecnica dello spopolamento». Se mi chiederanno che cosa intendo «risponderò che penso alla sparizione di interi gruppi etnici» (6).

4.

Si potrebbe obiettare che nella Weltanschauung nazi la razza, con la lotta (Kampf), costituisce la base naturalistica di una filosofia della storia. Credo tuttavia che una tale base, quantunque costruita con l’ausilio di metafore biologizzanti, com’era nel costume intellettuale dell’epoca, sia comunque subordinata ad un’ontologia occasionalistica estremizzata. L’ideologia nazionalsocialista presuppone infatti il mondo come mera occasione plastica per il soggetto umano e non trova affatto un limite nella razza. La razza, cioè la vita intesa come capace di storia e politica, è qui a completa disposizione dell’io che la plasma, il quale interviene sul piano della vita al di là di ogni vincolo normativo: proprio perché la razza non è un fondamento, una radice, io posso intervenire su di essa. Gli esperimenti che la scienza e la politica nazista compiono sulla vita vanno infatti compresi nel quadro della gestione del biologico, del cosiddetto “allevamento biologico” (7). Ecco che cosa scrive Gottfried Benn al proposito: questa nostra epoca, che parla di Blut und Boden, diventerà un’epoca della “coltura”. E, si badi, Coltura è qui intromissione dello spirito nel processo naturale. È solo perché‚ la razza non è il fondamento che si può pensare ad un suo miglioramento. Che significa infatti migliorare il fondamento?
Il nazismo, come scrive Alfred Beaumler, è una filosofia della storia fertilizzata dall’idea della razza (8). Non pone la razza come fondamento, ma dispone della razza facendone il concetto chiave di una politica che assume la vita e la sopravvivenza come il suo proprio ambito d’espressione.
L’artificio del mondo umano, scriveva invece Hannah Arendt - ebrea scampata ai campi di sterminio - separa l’esistenza umana all’ambiente meramente animale, ma vi è qualcosa nell’uomo che rimane estraneo a questo mondo artificiale e attraverso di esso l’uomo rimane in contatto con il resto del vivente (9). Qualcosa sfugge alla presa del soggetto? È il sangue, “il sugo della vita”. Forse per questo il nazismo si concentrò così furiosamente sulla razza ed esercitò su di essa, con estrema libertà, le sue energie trasformatrici, le sue ardite tecnologie. Si trattava di stanare l’ultima estraneità, di sottomettere il riluttante materiale bioetnico al puro dominio dello spirito. Ed è così che il nazismo ha portato la cultura europea al collasso (10). È un paradosso che ciò sia avvenuto facendosi scudo dell’unico pensiero, quello di Nietzsche, che nelle forze vive, creative, naturali, che vivono in profondità, ha cercato di cogliere l’incondizionato della realtà specificamente umana. Del resto sono noti sia la profonda avversione di Nietzsche per l’antisemitismo sia il tentativo dei nazisti di fare di Nietzsche il proprio patrono filosofico (11). Al contrario Nietzsche tentò di elaborare un tipo di intelligenza che non fosse negatrice di quelle forze, non trionfatrice, ma in funzione delle forze della non-parola: la coscienza come cifraio dei messaggi trasmessi dagli impulsi, ecco ciò a cui pensava Nietzsche, e ciò di contro all’idea di un soggetto come sostanza assoluta, avente il mondo come mera occasione. In Nietzsche i sobbalzi del sangue, le scosse del sistema nervoso, sono posti al centro di una riflessione sul significato del pensiero e della cultura, laddove l’attività spirituale è presentata come il risultato di una elementare aggregazione di forze: l’uomo non è che il punto d’incontro casuale di un insieme di impulsi individuati (12). Con Nietzsche ci troviamo su un piano dove c’è principalmente la vita.

5.

Forse dovremmo considerare con più attenzione tutto ciò che devia dal compimento a cui il nazismo ha in definitiva condotto quella forma di potere che prende in carico la vita, che investe l’uomo come essere vivente nella sua dimensione collettiva, come specie, come popolazione, operando sui campi della natalità, della morbilità, dell’inabilità, dell’assistenza, dell’allevamento e del miglioramento, del risparmio e della sicurezza. La società nazista fu, paradossalmente, una delle società più “assicurative” che la storia abbia mai conosciuto (13). Inoltre, essa portò al punto di fusione la statalizzazione del biologico introducendo nel concetto di “nemico”, che è la base del politico, una variante cruciale: non più l’avversario, ma un agente patogeno che aggredisce la popolazione come un’infezione e a cui bisogna far fronte con i mezzi rapidi e sicuri della scienza medica e della politica medica. L’ebreo non rappresenta un carattere razziale concorrente, da affrontare sul terreno della lotta, ma il virus che corrode il sistema di forze che caratterizza quella popolazione che il bio-potere nazi ha preso in carico.
Ebbene, all’allevamento biologico della razza, alle ideologie e alle politiche sanitarie, alla sindrome della deodorazione, a tutto ciò che la generalizzazione del bio-potere nazista ha seminato e sviluppato in seno alla nostra cultura e che tuttora esercita su di noi un enorme potere, non bisognerebbe poter opporre qualcosa? Ecco un quesito interessante: in che modo potrà realizzarsi l’“oltrepassamento” del potere (nazista) sulla vita sviluppato all’estremo grado dal secolarismo occasionalista della società contemporanea? Non so: tornare, con una certa libertà, su alcune vecchie idee quali per esempio l’idea (insieme konservative e austromarxista) di un Reich europeo capace di garantire ad ogni singolo popolo, gruppo, comunità e provincia, la sua specifica autonomia, da opporre a tutto ciò che concentra e omogeneizza la totalità nazionale all’interno di uno spazio politico universalistico. Oppure quell’altra vecchia idea della “guerra delle razze” come principio d’evenemenzialità storica, da opporre alla statalizzazione del biologico come approdo necessario di tutta la nostra storia.
Credo che ad una filosofia della storia che assume la razza come il materiale bruto della creazione di un io che si vuole sola ed unica misura di tutto ciò che fa e di ciò che crea - ciò che Baeumler definiva “una filosofia della storia fertilizzata dall’idea della razza” -, sia preferibile una “filosofia della razza” che sappia semmai sottrarsi alle lusinghe del tipo originario, che sappia liberarsi del problema dell’ereditarietà e avere abbastanza coraggio per convivere con l’idea di una certa discontinuità storica.
Se per esempio concepiamo la razza non come il principio originario della forma o del limite, come in Benn, o in Evola (14), ma come limite della forma, come informe, selvatica “riserva di vita”, allora essa ci apparirà come ciò che mette i popoli in comunicazione con l’intangibile, con il nucleo intrasmissibile, con il “non-utilizzabile” che li circonda tutt’intorno. Solo se la razza è ciò che non può essere manipolato nemmeno dall’interno, solo allora diventa chiaro, per esempio, lo sterminio di massa. La razza è infatti l’equivalente del Volto sul piano delle anime collettive, ossia ciò che non si lascerà mai definitivamente afferrare, ciò che non potrà mai essere la mia creazione, essa è l’altro o altri nel senso di Lévinas, e quindi ciò che non si lascia che sterminare.

6.

Noi oggi viviamo nel solco di un evento i cui tratti caratteristici sono dati dalla romantizzazione o estetizzazione radicale del mondo e dalla statalizzazione del biologico. Tuttavia la razza, pensata non come il carattere immutabile di un popolo, come una verticalità ancestrale che aggancia i contemporanei agli avi, ma come il rapporto che di volta in volta esso stabilisce, in profondità, con il “non-utilizzabile” (15), prende l’aspetto dello stile, del Volkstum, del ritmo di un popolo; ogni popolo, diceva Moeller van den Bruck, ha un proprio ritmo, una propria vita interiore (16): ogni popolo elabora storicamente la legge interna del proprio destino. Se chiamiamo “razza” o “carattere razziale” lo stile di un popolo, questo sarà di volta in volta la manifestazione del rapporto che questi ha la ventura di stabilire con ciò che Heidegger chiama “il non utilizzabile” e che Foucault interpretò come un “a-priori storico”. Il sangue è ciò che non si lascia romantizzare, il non-romantizzabile per antonomasia; ogni volta che l’assoluto estetico ha violato il Volto di un’anima collettiva, l’umanità, o una parte di essa, è stata investita dall’onda pulsionale della sparizione, dal disgusto della sopravvivenza.
Il rapporto tra un popolo e questa sfera è “impensato”. Lo stile è la manifestazione formale di questo “rapporto”. Non utilizzabile significa: “che rimane fuori”, che non può essere condotto zu-handen, né ridotto vor-handen, né governato né manipolato. Lo stile è nel mondo delle forme (forme estetiche, forme logiche, forme politiche e sociali, forme giuridiche, ecc.) la “traccia” di ciò con cui, stabilendo con esso un rapporto, riceviamo in cambio una “forma”. Esso è nel mondo delle forme la traccia della razza, mentre la “razza” è esattamente quel “rapporto” con ciò che sta al di fuori (copia entis) e che non può essere condotto al pascolo come docile gregge‚ manipolato come docile materiale.
Ebbene, un popolo non è nient’altro che uno stile dispiegato - un popolo non è infatti una popolazione. Ma lo stile non è ciò che si mantiene attraverso le epoche, bensì un collegamento attuale, una planarità, un contagio: «Il Volkstum - scrive Otto Bauer - è mutevole. La comunità di carattere congiunge gli appartenenti ad una nazione nel corso di una data età, ma non congiunge in nessun modo la nazione del nostro tempo coi suoi antenati di un determinato secolo o decennio» (17). E certo può giungere un tempo in cui un determinato popolo non è più in grado di elaborare significativamente il proprio carattere razziale o di percepire la presenza di un qualche rapporto, per quanto oscuro, con il non-utilizzabile. Nel qual caso il popolo si disfa.
Il nazismo fu invece il tentativo di stabilire con il non-utilizzabile un rapporto di suprema manipolazione, sia nei confronti del proprio (allevamento biologico) sia nei confronti di altri (cancellazione-creazione di interi gruppi etnici) e fu tutt’altro che un’esaltazione costante della razza; esso fu piuttosto un’esaltazione intima dello spirito, dello spirito che padroneggia il materiale etnico e biologico (18), dello spirito supremamente manipolatore e signore della vita e infine creatore e supremo signore della storia.

7.

Noi siamo perciò l’umanità post-nazista, noi siamo cioè posti dalla Shoah nell’in-vito che romantizza e statalizza a morte ogni forma di vita. La statalizzazione del biologico rilevata da Foucault come forma del potere nelle società liberali non è altro che la romantizzazione del mondo rilevata da Schmitt agli inizi del secolo, ma portata alle sue estreme conseguenze. L’evento-nazi è per noi un inizio assoluto - esso è ciò che ha consentito allo spirito europeo di raccogliersi nella Shoah. La nostra epoca è tale qual è in quanto ha la Shoah nel proprio inizio. La Shoah ci ha in qualche modo consegnati alla decostruzione interminabile del nazismo, al radicale confronto con esso e, ineluttabilmente, alla sua tragica perpetuazione. Lo spirito oscuro che riempie il cuore panico della Weltanschauung nazi è in qualche modo l’a-priori storico della nostra epoca. In questo senso la Shoah è per noi qualcosa di unico: l’evento o, per essere più precisi, il suo senso.
Il problema è pertanto come pensare il limite a partire dalla Shoah, come pensare al limite della manipolabilità, al limite della formabilità tecnica e politica della vita. Ciò che più importa, rispetto all’evento-nazi, dal punto di vista delle politiche che possiamo attuare o non attuare in questo scorcio di secolo, non è quindi processare, incarcerare, punire, vendicare e nemmeno revisionare, negare o chiedere perdono, perché‚ la Shoah non à anzitutto un peccato come non è anzitutto un accadimento al pari di altri accadimenti apparentemente analoghi, la Shoah è l’imperdonabile, l’irreparabile puro e semplice della nostra epoca; essa rappresenta lo squarcio prodottosi nel cuore dello spirito europeo in forza del suo stesso approfondimento. L’importante, dicevo, non è quindi tentare la Shoah, stornarla con le lusinghe della storia o piegarla con la pietà religiosa, l’importante non è evitarla con le astuzie del pensiero, l’importante è bensì risalire, mostrare, far vedere le filiazioni occulte di quella totalizzazione romantica dello spirito in forza di cui, nel cuore della Kultur europea, si è raccolta, una volta per tutte, l’assoluta pretesa all’utilizzazione del non-utilizzabile.































(1) Novalis, Frammenti, trad. di E. Pocar, Rizzoli, Milano 1976, fr. 1196.

(2) Citato in H.-U. Thamer, Il Terzo Reich. La Germania dal 1933 al 1945, trad. J. Landkammer, Il Mulino, Bologna 1993, p. 476.

(3) G. Benn, Doppia vita, a cura di E. Agazzi, Guanda, Parma 1994, pp. 42-43.

(4) B. Von Schirach, Revolution der Erziheung, 1938, citato in H.-U. Thamer, cit., p. 511.

(5) K. Rauschning, Gespräche mit Hitler, Wien 1973 [1941], citato in H.-U. Thamer, cit., p. 511.

(6) Citato da O. Lustig, «Dizionario del Lager», in AA.VV., Voci dalla Shoah. Testimonianze per non dimenticare, La Nuova Italia, Firenze 1995, p. 130.

(7) M. Foucault, «Dal potere di sovranità al potere sulla vita» (17 marzo 1976). Lezione undicesima, in Difendere la società. Dalla guerra delle razze al razzismo di stato, a cura di M. Bertani e A. Fontana, Ponte alle Grazie, Firenze 1990.

(8) A. Beaumler, Democrazia e nazionalsocialismo, trad. di A. von Schmied, Edizioni Lupa Capitolina, Padova 1984.

(9) H. Arendt, Vita activa, trad. di S. Finzi, Bompiani, Milano 1989, p. 2.

(10) Mi pare contestabile quindi ogni tentativo di assolvere il cosiddetto razzismo dello spirito come se si trattasse di un inezia teorica.

(11) Si veda per esempio il tentativo di Richard Öhler di dimostrare l’esistenza di un profondo accordo tra l’insegnamento di Nietzsche e quello del Mein Kampf (R. Öhler, «Friedrich Nietzsche und die deutsche Zukunft», 1935, citato in G. Bataille, «Nietzsche e i fascisti», “Il Verri”, n. 39-40, 1972).

(12) Cfr. P. Kolossowski, Nietzsche e il circolo vizioso, trad. di E. Turolla, Adelphi, Milano 1981, p. 55.

(13) M. Foucault, Difendere la società, cit., p. 169.

(14) Cfr. G. Benn, «Epoca che viene, epoca della “forma”», “Tellus”, 21, 1998 e J. Evola, Sintesi di dottrina della razza, Ar, Padova 1994, p. 21.

(15) «La razza non è, diviene» (A. Moeller van Bruck, Die italienische Schönheit [1913], M.v.d. Bruck Archiv, Monaco 1953, citato in A. de Benoist, Moeller van den Bruck, cit., p. 17).

(16) Cfr. ivi, p. 14.

(17) O. Bauer, Die Nationalitätenfrage und die Sozialdemokratie, Sonderausgabe aus den II. Bande der Marx-studien, Wien, 1907, p. 3, citato in A. Agnelli, Questione nazionale e socialismo, Il Mulino, Bologna 1969, p.127.

(18) È questo, per esempio, il significato da annettere all’opera del genetista Josef Mengele, attivo ad Auschwitz dal 1939 al 1945, dove cercò di padroneggiare, con feroce accanimento, il segreto biologico della gemellarità.































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