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La filosofia e il suo altro. Forme del pensiero transprofessionale
di Marco Baldino

Febbraio 2003


1.
È mia convinzione che esista una crisi normativa delle filosofia, che la filosofia non riesca più a svolgere il suo ruolo civilitario, che non riesca più a dirimere la questione se una determinata frase, più o meno ricca di pensosità, sia filosofica oppure o no; non riesce più a normare e a normalizzare i flussi di pensiero, quei flussi che pure sussistono prima che qualcosa o qualcuno intervenga a stabilire se appartengono o no alla filosofia, cioè a quell'esercizio della mente che collabora a un grande progetto di civiltà.
Ciò dipende dal fatto che la filosofia non ottiene più dallo Stato - o lo ottiene sempre meno - la collaborazione organizzativo-repressiva, non accade più che lo Stato si impegni in qualcosa come una polizia del pensiero, ovvero nella sua parte propriamente "poliziesca", non qui, non in Occidente.
Questa indisponibilità dello Stato a sviluppare delle politiche di governo del pensiero, delle politiche sull'uso della mente, non dipende da una maggior liberalità degli uomini di Stato, bensì dal fatto che l'azione politica mostra di non aver più bisogno della filosofia per attestare la propria legittimità.
Nel momento in cui l'azione politica prende per lo più una forma "amministrativa", il filosofo perde la sua funzione. Può stracciarsi le vesti, come fa Cacciari (1), ma la sua marginalità, nel nuovo contesto, è ormai decretata.


2.
L'ermeneutica è il tentativo della filosofia di corrispondere a questa crisi normativa, una crisi che ne indebolisce le pratiche governamentali, quelle pratiche per mezzo delle quali governava - diciamo così - le anime esercitando un controllo sulla formazione dei filosofi e sull'autorità delle frasi filosofiche.
Nell'impossibilità di controllare i flussi dell'anima, di stabilire cioè il grado di omogeneità alla norma, alla codifica e al protocollo imposti dalla tradizione, la filosofia si trasforma in un'attività di continua interpretazione e ricapitolazione della tradizione medesima escludendo di fatto ogni approccio che non si mostri competente in questo genere di professione. In tal modo la filosofia, che è una Polizeiwiessenschaft, viene sì ad esercitare un controllo sull'autorevolezza, ma non può impedire che anche la distruzione della tradizione entri a far parte, paradossalmente, di ciò che la salva. Anche la distruzione della tradizione è cioè ermeneutica.
Fin dall'inizio di questa trasformazione si sono pertanto insinuati nell'attività filosofica vari tentativi di stabilire un rapporto con il "fuori" della filosofia, con il suo "altro", nella speranza, credo, di recuperare quelle spinte pensose che la oltrepassavano sul terreno della meditazione. In tal senso vanno per esempio inquadrati i tentativi heideggeriani di recuperare al lavoro filosofico un rapporto essenziale con il mito e con la poesia; sulle tracce di Heidegger, come sappiamo, si è posto Hans Georg Gadamer, il quale ha tentato un'analoga operazione con la letteratura e le arti; un posto particolare spetta quindi a Freud e al freudismo, i quali, per quanto ci concerne, costituiscono il più importante tentativo di stabilire un contatto filosofico con l'irragionevole puro e semplice.


3.
Questo allargamento del filosofico che ha portato al suo interno, in posizione di preminenza, dopo averle scacciate e dopo averle combattute con ogni mezzo, parole inaudite e terribili quali, appunto, "mito", "poesia", "arti", "inconscio", non determina tuttavia quel recupero del controllo sui flussi dell'anima che probabilmente si auspicava quando si consentiva, alla nuova impostazione, di fare il suo ingresso nelle accademie. Tale allaragamento condusse invece ad un ulteriore indebolimento della normatività filosofica: alla stagione ermeneutica seguirono ben presto quelle della grammatologia, del decostruzionsimo, del postmodernismo, del debolismo finché, da ultimo, con Derrida, con Richard Rorty e molti altri, la filosofia, a furia di assimilarsi alla tradizione, a furia di ripetere variando e di ricapitolare rispettando si è fatta, in effetti, indistinguibile da un pura apparecchiatura liturgica, non dissimile dal ruolo esornativo che svolge oggi la musica dei secoli XVII, XVIII e XIX.
Non ci stupiamo quindi se la normatività filosofica raggiunge, a un certo grado di sviluppo di questo processo, il suo livello di massima insignificanza e disabilità. Da ogni parte penetrano il terreno filosofico flussi di pensiero che non possono più essere ridotti all'ordine, né repressi con la forza.


4.
Nel quadro del metodo accademico, la filosofia dispone che i diversi settori della realtà siano studiati da discipline ben differenziate; vuole chiarezza ad esempio nello stabilire quali settori siano accessibili alla sociologia, quali alla teologia, ecc. Questa struttura è inoltre sostenuta da un'unità discorsiva più alta, di tipo temporale, la storia universale dello spirito, che si confonde con la filosofia stessa. Tale "storia" è a sua volta suddivisa in strutture più piccole, anch'esse di tipo temporale, quali la "storia della filosofia" in senso ristretto. Qui, nella storia della filosofia, si osserva ad esempio che ogni filosofo, nell'espletare la propria funzione, deve rispondere e corrispondere ai suoi predecessori, il che consente di affermare la commensurabilità storica delle teorie e di quella concettualità che la filosofia stessa pone alla base dei saperi.
Al contrario, i flussi transfilosofici, sono riconoscibili anzitutto per il fatto che hanno abbandonato il piano delle forme categoriali, universali, astratte, immutabili, e quindi non abitano più la regione della stabilità metastorica, ma sono essi stessi storici, sottomessi al tempo, alla transitorietà, non rispondono più a criteri di validazione storica proprio perché non attingono più alla base metastorica. In secondo luogo per il fatto che essi si esprimono per lo più attraverso un un'aggregazione di fattori eterogenei nel disegno di una danza le cui movenze mimano il senso transitorio del mondo.


5.
Ora, questo nuovo tipo di attività dà luogo a tutta una serie di contaminazioni lungo le quali si raccolgono e si distribuiscono gli esempi che si possno fare di questa nuova situazione del pensiero:

1. il pensiero assume tratti strumentali tanto quanto l'agire assume tratti meditativi.

Si vedano in questo senso opere come Il tramonto dell'Occidente (Spengler, 1918), L'operaio (Jünger, 1932), L’anti-Edipo (Deleuze-Guattari, 1972). La caratteristica comune di questi lavori consiste non soltanto nella messa in atto di una riflessione teorica orientata all'ottenimento di determinati obiettivi politici - il che, per esempio, era proprio anche del pensiero di Marx, ma anche nel loro carattere eterogeneo, a-disciplinare, al limite della scientificità, se non addirittura sfociante nella pura creazione letteraria. Mentre per quanto riguarda la seconda parte della comparazione, quella che attiene al tratto meditativo dell'azione, possiamo ricordare i nomi di Ernst Jünger e Lawrence d'Arabia, spesso accomunati nella descrizione di un certo tipo di sensibilità, di una determinata epoca, di un certo passaggio storico. I due personaggi illustrano assai bene il tipo d'uomo che vive consapevolmente l'azione come una forma di meditazione - non nel senso che l'azione si conformerebbe al pensiero o, viceversa, che la meditazione mediterebbe una determinata azione, ma nel senso che le parti dell'azione procedono come le parti di una meditazione e che lo scopo dell'azione è qui lo stesso di quello della meditazione: un'apprensione del mondo, un afferramento del senso, esattamente come nell'altro caso, quello del pensiero strumentale; lo scopo della riflessione è immediatamente lo stesso di quello dell'azione: modificare l'assetto del presente stato di cose.
2. La produzione letteraria si impegna a sviluppare contenuti tipicamente filosofici, tanto quanto il pensiero inventa nuovi generi di comunicazione filosofica confinanti con (e talvolta sfocianti ne') la creazione letteraria.
Lawrence d'Arabia e Ernst Jünger sono tra i primi realizzatori di un nuovo modello di riflessione che si esprime nella forma diaristica (Tempeste d'acciaio - 1922, I sette pilastri della saggezza - 1926, Irradiazioni - 1949) - non, si badi, nel diario filosofico, cosa abbastanza usuale tra i pensatori moderni, bensì in un diario - poniamo di guerra - dove il rapporto quotidiano con la cosa testimoniata manifesta il lavorio di apprensione relativo a quella cosa, nel quadro di un'intuizione generale del mondo.
Accanto alla forma diaristica vi è poi la critica letteraria, nel cui ambito autori come Bataille, Blanchot, Sartre, e poi ancora Caillois, Foucault, Deleuze hanno sviluppato aspetti decisivi della loro riflessione, magari proprio nel tentativo di trovare nicchie d'espressione non solo svincolate dal protocollo accademico, ma anche dal sistema accademco di produzione della verità e persino dal vincolo filosofico di rivelare la verità: «La ricerca della verità non è il mio forte - dice Bataille -; più che la verità, è la paura che cerco», oppure, come in Klossowski, si tratta di ricercare in un pensiero non la verità ma il nucleo che si volge in pre-meditazione, in complotto. Del resto la letteratura, essendo inorganica al disegno civilitario, è irresponsabile e siccome niente poggia su di essa, essa può infine dire tutto, può parlare in modo sovrano, ossia libero nei metodi e nella cosa stessa.
Filosofi hanno poi affidato parte della propria riflessione direttamente al romanzo, basti pensare a Sartre, a Bataille, allo stesso Jünger, e poi a Blanchot e Klossowski e romanzieri hanno scritto romanzi intimamente motivati a restituire, attraverso la complessità narrativa, e nel quadro di una generale intuizione del mondo, l'apprensione concettuale, sapientemente suscitata nel lettore, del senso di un evento, di un rapporto, di un contenuto culturale. Ricordo brevemente L'uomo senza qualità di Musil, La montagna incantata e Il Dottor Faustus di Thomas Mann, La morte di Virgilio di Hermann Broch.
Infine vanno ricordati i cantieri storici di Spengler e Foucault (Tramonto dell'Occidente - 1918 e 1922, Storia delle follia - 1961, Sorvegliare e punire - 1975, La volontà di sapere - 1976), dove al grande dispiegamento dei mezzi e dei programmi di ricerca fa riscontro una potente disseminazione infranarrativa di frammenti filosofici. Non è facile stabilire se si tratti di opere di storiografia, di filosofia o di invenzioni letterarie, definizioni in effetti tutte utilizzate per le opere di questi autori, ma il senso di fondo del loro approccio sta proprio nell'abbattimento delle barriere disciplinari e in quel particolare scivolamento volontario verso il libero conio, eseguito con materiali eterogenei, di figure e concetti capaci di resitituire in modo esatto il senso complessivo di un'epoca, di una serie di rapporti, di un insieme di problemi (2).

6.
Queste forme di pensiero, al limite della legalità filosofica, sottratte all'ordinamento che disciplina giuridicamente l'uso della mente, che ne traccia la grammatica, che ne regima il deflusso, che prescrive al pensiero le buone maniere, che governa e regola - attraverso cose come l'educazione, la formazione, la repressione - la produzione e la circolazione delle frasi filosofiche; questi flussi - sia detto a onor del vero - sono in perenne colloquio con la filosofia, non ne prescindono, tuttavia parlano da una posizione che, a rigor di termini, è non-filosofica.
Questi flussi testimoniano una rara libertà, forse destinata a perdersi nel più breve tempo, ma di sicuro il piano su cui ora si trova tutto il pensiero è un piano unico, o tendenzialemente unico, degerarchizzato, dove ogni frase vale non in forza di un'appartenenza (alla tradizone, alla comunità scientifica, alla scuola fenomenologica, a quella ermeneutica), ma in forza della sua sola provenienza, laddove provenire non è garanzia di alcunché.
Ciascun flusso proviene dal suo problema, la paura, il gioco, il complotto, la Germania, la perdità, l'angoscia, diventare se stessi, tutti luoghi difformi e irriducibili alla forma di quel solo ed unico problema che era il luogo della filosofia: la verità; ciò che contribuiva, in modo definitivo, a farne non una, ma la scienza, il discorso incontrovertibile, il linguaggio della certezza.
































Note

(1) Cfr. ad es., M. Cacciari, «Cosa farò dopo la politica», a cura di A. Gnoli, “La Repubblica”, 20 settembre 2000.

(2) Si legga questo passo di Foucault: «Io non sono propriamente uno storico. Né un romanziere. Io pratico una sorta di finzione storica. In un certo senso, so bene che quello che dico non è vero [...]. Io cerco di provocare un'interferenza tra la nostra realtà e ciò che sappiamo della nostra storia passata. Se ci riesco, questa interferenza produrrà degli effetti reali sulla nostra storia presente. La mia speranza è che i miei libri acquistino la loro verità una volta scritti, non prima». (Biopolitica e liberalismo, a cura di O. Marzocca, Medusa, Milano 2001, p. 154).
































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