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Passaggio alleconomia, nascita del pensiero glorioso
di Marco Baldino
Febbraio 2003
1. Desintetizzazione e impero
Non è essenziale, ma utile iniziare dalla tesi proposta da Toni Negri e Michael Hardt nel
loro bestseller Impero: la globalizzazione è il processo generale (economico, culturale,
politico) attraverso il quale si verifica puntualmente il radicale trasferimento di sovranità
dagli stati-nazione, cioè quelli in cui tutti noi ancora viviamo, ad un'entità giuridica superiore
a cui Negri e Hardt conferiscono il suggestivo nome di "Impero"
(1). La mia tesi - se posso
opporre una tesi ai due noti autori - è invece la seguente: la globalizzazione
(dell'economia) segue la rottura e il tramonto del dominio imperiale della civiltà occidentale
nel senso che la cosiddetta "occidentalizzazione del mondo" non è anzitutto l'indice di un
trasferimento di sovranità, ma un fenomeno di doppia cattura, il non-Occidente si
occidentalizza tanto quanto l'Occidente, in quanto Impero civilitario, si de-organizza. In altre
parole, l'impero c'era, e in certo senso c'è ancora, ma la globalizzazione è piuttosto il
fenomeno che ne manifesta il declino.
Altrove ho chiamato "desintetizzazione" il processo di divorzio e allontanamento reciproco
di quegli elementi la cui collaborazione civilitaria, la cui sintesi, ha determinato, nel tempo,
l'aspetto di quella forma di vita che è la nostra, l'Occidente, la sua Kultur. Tali elementi
sono la Politica intesa come risposta insuperabile al problema della componibilità sociale dei
differenti; la Storia, sia nel senso di "esistenza storica" sia in quello di storiografia, intese queste
come risposta al problema dell'impermanenza degli eventi e la Filosofia, ossia la
concettualizzazione veritativa e totalista delle credenze quale risposta conclusiva al problema
dell'incertezza delle cose credute.
Ora, tale processo è indubbiamente indice di una crisi dissolutiva, ma non implica di per sé che vi
sia fine della Storia, fine della Filosofia o fine della Politica - di fatto
sono tutte "fini" di volta in volta decretate, ma anche, com'è facile verificare, di volta in volta
confutate -, ciò che viene meno è soltanto la loro collaborazione.
La desintetizzazione implica, in altri termini, il declino dell'Impero civilitario nel senso che nel
momento in cui le forme politiche, storiche e concettuali cominciano ad emanciparsi dal loro
legame sintetico, ossia da quel legame che le articolava nell'imbrico di un unico grande
progetto di civiltà, in quel momento l'Occidente prende o ha già preso un altro orientamento.
Il problema quindi, dato che sulla globalizzazione e sull'occidentalizzazione del mondo sono
più o meno tutti d'accordo, il problema, dicevo, è capire qual è questo "nuovo" orientamento.
2. Il nuovo orientamento
Cominciamo col dire - e su questo vi è senz'altro un'ampia convergenza - che il senso profondo
della Kultur occidentale sembra consistere nella propensione a progettarsi, a ricercare,
nella irrequietezza dello spirito, posizioni sempre più avanzate; sembra consistere - ripeto -
in questa coazione ad imprendere e a tentare il limite. Cotesta spinta è detta da Spengler, con
riferimento al personaggio Faust dell'omonimo dramma di Goethe,
"spirito faustiano" e lo spirito faustiano è la sistematizzazione della spinta a superare la propria
finitezza, è l'opposto del fatalismo. All'essere che noi siamo - osserva Bataille - sono senza
dubbio necessari
dei limiti, tuttavia questi limiti non sono affatto tollerati, non sono affatto ritenuti tollerabili:
l'essere che noi, in quanto occidentali, siamo afferma la propria essenza precisamente
nel violare tali limiti. Inoltre, a sentire direttamente Spengler, «l'anima faustiana [...]
è la civiltà occidentale, nata insieme allo stile romanico del decimo secolo nelle pianure
nordiche fra l'Elba e il Tago» (2).
Diciamo anche subito che il nuovo orientamento, imposto dalla desintetizzazione, è qualcosa
come un "passaggio all'economia". L'idea è un po' quella di Sombart del predomino
dell'economia in vasti settori della società e della cultura (3),
ma in un senso più specifico, nel senso cioè che l'economia prende, a un certo momento, nel
concorso civilitario, il posto della filosofia. Il fatto fondamentale di questo passaggio è tuttavia
che nel momento stesso in cui esso avviene, il concorso medesimo si decompone - non per
cattiva volontà o per inconfessato ribrezzo, ma perché l'economia in nessun caso sarà in
grado di sviluppare, come lo era invece filosofia, un sistema della certezza: dal regime della
verità filosofica si passa a quello economico dell'efficienza e dell'efficacia. Quando una forma
si impone - dice Ernst Jünger - diventa totalità, nel senso che non esistono più forme di
comunicazione e di significazione diverse da ciò che essa impone come regola.
Tale passaggio, la nascita di ciò che già Sombart (1934) chiama «Epoca economica», avviene
senz'altro per mezzo del capitalismo: è il capitalismo a determinare quel predominio degli
interessi economici come tali che dà il suggello alla nostra epoca, ed è per questo che Toni
Negri dice che quando il capitalismo si impone diventa totalità, che non esistono più forme
di comunicazione e di produzione diverse dalla merce (4).
All'apice della trasformazione
dell'impresa puritana nasce il sistema impersonale d'impresa, quando il sistema impersonale
d'impresa doppia la linea d'ombra della maturità storica l'economia prende il posto della
filosofia, e quando l'economia prende il posto della filosofia la sintesi civilitaria si diparte.
Quindi il capitalismo è in un certo senso il destino stesso dell'Occidente, ciò che porta a
compimento lo spirito faustiano.
3. Economia ristretta e economia generale
Ma è Bataille (1949), con l'introduzione del concetto di "Economia generale", a fornire l'immagine
esatta di che cosa in effetti subentri alla filosofia nel quadro del concorso civilitario una volta
iniziato il processo di desintetizzazione:
a costituire l'oggetto di questo passaggio non è l'economia ristretta (riduzione dell'attività
umana alla produzione e alla conservazione di beni; assunzione del futuro come
principio orientativo generale; riduzione delle esigenze dell'individuo, il cui interesse
è sempre presente, all'interesse del genere (5) ma qualcosa
come un'economia generale, ossia l'insieme dei rapporti che legano la produzione conservativa
al dispendio improduttivo delle risorse, e che annoda queste due attività nel flusso di un unico
alveo di significanza (6).
Sostengo che il capitalismo, almeno nella sua fase postmoderna, reintroduce qualcosa come
il "consumo glorioso " di cui parlava Bataille (7). Se il capitalismo
moderno ha ridotto il dispendio a semplice meccanismo interno della macchina produttiva
(crisi cicliche), il capitalismo postmoderno, con la sua eliminazione della centralità della
fabbrica e con la sua «generalizzazione del regime di fabbrica», con il suo processo di
dematerializzazione del lavoro e di diffusione dei mezzi di produzione fino a collocarli
nella testa, negli affetti e nella creatività dei singoli individui, reintroduce la possibilità del
dispendio glorioso, e quindi anche la possibilità diffusa di accedere alla sfera della
soggettività sovrana.
Già il capitalismo moderno contemplava un elemento "glorioso", la liquidazione di ingenti
ricchezze per mezzo del "gioco" di borsa, ed oggi la cosiddetta New economy si
caratterizza anche proprio per la grande diffusione, a livello dei singoli individui, di questa
attività di gioco. Ma non si tratta solo di questo. Proprio perché «i mezzi di produzione non sono
più anticipati dal capitale, ma ogni singolo porta con sé, nella sua testa, la propria capacità di
produrre merci», proprio perché «l'utensile fondamentale è divenuto il cervello»
(8), o meglio la mente, il pensiero, tutto ciò che dissipa le
risorse intellettuali e cerebrali si sottrae, parimenti, alla legge dell'accumulo, del futuro,
della conservazione.
Ora, l'uso di droghe, guidare a velocità vertiginosa, suicidarsi, passare al crimine sono tutte
forme di dispendio delle risorse che il sistema vorrebbe invece accumulare in vista di
godimenti futuri. Il capitalismo postmoderno reintroduce così la possibilità del consumo glorioso
a livello dell'autolesionismo o, per meglio dire, trasforma l'autolesionismo, il quale di fatto non può
essere altro che una perdita individuale, in una perdita gloriosa.
3. Dal sistema della certezza al pensiero glorioso
Esiste tuttavia un'altra attività gloriosa, riguardabile sotto il profilo economico e, diciamo così, non
autolesionistica, che ci interessa da vicino: si tratta della filosofia, o meglio, di quell'attività mentale
che in qualche modo la minimizza e in alcuni ambiti perfino le subentra.
- È quasi ovvio che nel momento in cui la filosofia viene sostituita dall'economia anche gli altri
grandi principi costruttivi, la Storia e lo Stato, devono subire una radicale modificazione. Stato
e Storia cessano di essere compresi filosoficamente, cessano, per così dire, di essere
compresi in senso stretto, si passa ad una sorta di economicizzazione del loro senso.
È chiaro per esempio che quando è l'economia a dominare, il criterio non può più essere
quello della certezza, della verità; subentreranno criteri tipo l'efficienza e l'efficacia.
- [Non si parlerà più di verità della Legge, ma della sua efficacia o dell'efficienza di un sistema
giuridico. Il problema, in assoluto, non sarà più quello della verità di un giudizio, ma del
rapporto tra i costi della giustizia e il numero delle condanne. Non che la verità del giudizio
non giochi più alcun ruolo, semplicemente non sarà più il criterio fondante. Fondamentale
non sarà più sapere se Tizio è assolutamente colpevole o assolutamente innocente, ma
stabilire i limiti di spesa entro cui sarà necessario mantenersi nell'organizzare un
procedimento penale, oppure l'efficacia esemplare di un procedimento calcolata sulla base
del numero di ore di esposizione ai media.
Per quanto riguarda la politica si passerà per esempio dal grande modello filosofico della
progettazione di un destino comune a un'idea della politica come semplice amministrazione
(efficienza nello svolgimento amministrativo, efficacia nell'applicazione delle tecniche
governamentali). E infine, per quanto riguarda la storia, si passerà dal grande modello filosofico
della storia universale, dominato dal problema della verità, ad un tipo di ricostruzione
che obbedisce alla logica dell'efficacia economica; tra un criterio di maggior redditività e
quello di maggior rigore analitico sarà senz'altro il primo a prevalere, se il problema è quello di
guadagnarsi un posto in prima serata. Sicché la verità storica come problema passerà in
secondo, terzo, quarto piano. Non che la storia universitaria cessi di esistere,
semplicemente la formazione di un senso di continuità si troverà essenzialmente a
passare attraverso la fruizione di prodotti storiografici sottomessi alla logica della resa e
della rendita: cattura nel tempo dell'attenzione e cattura sincronica del numero.]
- Ora, la sostituzione della filosofia con l'economia non determina, come ho già detto, la
scomparsa della filosofia, semplicemente il suo contributo non è, a rigore, più necessario.
Rimane tuttavia che, pur non essendo necessario, la filosofia continui a fornire volontariamente,
volontaristicamente, il suo contributo (da ciò il fatto che l'Occidente perseveri in quella
certa aria filosofica, ma più come amoroso rispetto di una vecchia consuetudine che come
necessità dettata dall'urgenza). Ma rimane altresì il fatto che, benché libera di fornire il suo
contributo, la filosofia è divenuta inessenziale.
La sostituzione della filosofia con l'economia libera anzitutto la filosofia medesima: non essendo
più vincolata all'organicità sistemica della Kultur la filosofia può ora perseguire disegni
autonomi. Ma l'intrapresa di un disegno autonomo, cioè non finalizzato alla tenuta organica del
sistema, non può essere contraddetto da un disegno finalizzato a questa tenuta, in nome
di questo stesso fine, perché entrambi sono divenuti inessenziali.
- Non si dimentichi che a mettere in luce la progressiva marginalità della filosofia nel quadro
della Kultur occidentale è la filosofia stessa e che buona parte della filosofia
contemporanea non è che il tentativo di ritagliare alla filosofia un nuovo compito.
In realtà non c'è un nuovo compito. Tuttavia, se la filosofia - al di là dell'atteggiamento di
servitù volontaria che questa mantiene nei confronti di un sistema che non solo non
ne richiede più l'applicazione, ma la esclude in modo crescente -, se la filosofia - dicevo - è
ancora qualcosa, lo è come esempio di attività gloriosa, e la sua specificità consiste nel fatto
che si tratta di un'attività gloriosa non autolesionistica, almeno non in senso proprio,
diretto, mirante alla materiale soppressione del cerebro.
- La pensosità filosofica diviene un'attività puramente economica (e al di là di ciò
non è che pura liturgia curiale) se invece di organizzare
il contenuto delle credenze in vista di obiettivi civilitari può essere dissipata nell'istante in
declamazioni senza ritorno, prive di connotazioni funzionali, sciolte da ogni impegno
a mantenere in vita qualcosa come un'educazione nazionale e consegnate al nessun luogo della
fruizione a-comunitaria (o, che è lo stesso, "globalizzata") del world wide web.
Accanto al gioco di borsa, all'uso delle droghe, al suicidio, all'erotismo virtuale e al crimine, che sono
tutte forme di distruzione luddista dei nuovi mezzi di produzione, il passaggio
all'economia, imposto dalla desintetizzazione, ha reso possibile anche quest'altra attività
gloriosa: la dissipazione di frasi filosofiche in uno spazio finito ma illimitato dove queste
possono sì essere raccolte e riutilizzate, ma solo in un quadro insuperabilmente individuale
e quindi, essenzialmente, non determinato dal futuro, e quindi, essenzialmente, non più faustiano.
Note
(1)
Cfr. M. Hardt, A. Negri, Impero, trad. di D. Didero, RCS Libri, Milano 2001, Parte seconda,
«Passaggi di sovranità», pp, 79-210.
(2)
O. Spengler, Il tramonto dell'Occidente, a cura di R. Calabrese Conte, M. Cottone, F. Jesi,
trad. di J. Evola, Guanda, Parma 1991, p. 278.
(3)
W. Sombart, Il socialismo tedesco, Il Corallo, Padova 1981.
(4)
A. Negri, La sovversione, a cura di A. Guadagni, Atlantide Editoriale Spa, Roma
1999, p. 26.
(5)
Cfr. G. Bataille, Il limite dell'utile, a cura di C. Papparo, Adelphi, Milano 2000, p. 48. In
La letteratura e il male (1957) Bataille scrive: «La società è
fondata essenzialmente sulla debolezza degli individui, che la sua forza compensa: la società
è in un certo senso ciò che l'individuo non è: legata appunto, in primo luogo, alla priorità
dell'avvenire. Ma essa non può negare il presente, e gli lascia un settore [...]. Il settore delle
feste di cui il sacrificio è il momento più grave» (trad. di A. Zanzotto, SE, Milano 1987,
pp. 49-50).
(6)
Cfr. G. Bataille, La parte maledetta, trad. di F. Serra, Bollati-Boringhieri,
Torino 1992, p. 25.
(7)
Secondo Bataille l'uomo possiede per lo più una morale utilitaria, ma non è sempre stato così:
in passato l'uomo ha conosciuto qualcosa come un'economia di festa, un'economia del dono,
un'economia del dispendio che, nell'insieme, costituiscono il paradigma di una forma di vita
votata alla gloria: «La vita degli uomini - scrive Bataille - è come lo sfavillio delle stelle:
essenzialmente non ha altro fine che questo sfavillio, è la sua perdita a costituire il senso ultimo»
(Il limite dell'utile, cit., p. 49). Tale sfavillio si condensa
nel consumo votato alla pura perdita, in vista della gloria. Secondo Bataille questo tipo di consumo
è il modo propriamente umano di dichiararsi libero e sovrano - libero in quanto sovrano.
(8)
A. Negri, La sovversione, cit., p. 28.
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