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La comunità idionomica
di Marco Baldino
Giugno 2001
Se esser giusto o essere nel giusto significa agire in conformità a una legge comune,
che cosa sarebbe una legge ingiusta? Se una legge non può non essere "comune a
tutti" (una legge "privata" - privus lex - sembrerebbe infatti una pura contraddizione),
allora una legge "ingiusta" sarebbe semplicemente una "non-legge".
Eppure vi è un altro modo di considerare la questione della giustizia, dove "giusto" e
"ingiusto" sono piuttosto ravvisabili come un rapporto tra "conformità a norme comuni"
e "affermazione di elementi propri".
Facciamo quindi l'ipotesi che segue: l'originario esser-giusti consiste nel dare a ciascuno
il suo, secondo una misura che non è universale (koinós) e astratta, ma che varia da
ciascuno a ciascuno, ossia che è propria a ciascuno (ídios). Una comunità isonomica
(un Nomos uguale per tutti) sarebbe pertanto una comunità in cui l'esser-giusti viene
pensato nel primo senso, come conformità al comune; giusta nel secondo senso sarebbe
invece una comunità idionomica: a ciascuno il suo proprio Nomos.
La comunità idionomica è giusta in quanto edificata sull'arte di discernere (Discretio) tra
ciascuno e ciascuno ciò che è a ognuno proprio e di stabilire, per conseguenza, quanto e
ciò che gli spetta.
Secondo Norberto Bobbio una società è giusta in quanto è in grado di contemperare
due principi: Suum quique tribuere (si dia a ciascuno il suo); 2) Suum agere (faccia
ciascuno ciò che gli spetta) (1). Tuttavia, ciò che è mio non
mi deve esser dato, è la mia
proprietà, mentre ciò che mi spetta, al contrario di quanto sembra suggerire Bobbio,
mi deve esser dato, secondo giustizia.
È chiaro infatti che una comunità idionomica non sarebbe una comunità egualitarista.
Essa si fonda sul principio che a ciascuno è lasciato di divenire il proprio o, che è lo
stesso, di diventare se stesso. L'egualitarismo è invece la dottrina secondo cui i
bisogni sono dell'ordine della distribuzione, mentre le capacità sono dell'ordine del
prelievo - per l'egualitarismo la società buona è quella che livella, eliminando il
privus-lex.
«Dal momento in cui apre gli occhi, l'uomo […] cerca di trovare se stesso» - così
si esprime Stirner all'inizio dell'Unico (2).
Per Stirner trovare se stessi, significa avere
se stessi come proprietà. Nietzsche nomina il movimento che porta a se stessi come
il movimento mediante cui si addiviene al proprio compito (3):
non c'è altro modo di
pervenire a se stessi se non abbracciando ciò a cui il destino ci ha destinati
(Amor fati), il quale è nostro compito. Ma il nostro compito, ovvero la nostra
necessità, altro non è che il movimento verso se stessi. In Kierkegaard il movimento
in direzione di se stessi è nominato invece come un movimento sul posto, dove "posto"
è la necessità: muoversi, senza andar via, dentro la necessità, è l'unico modo di non
mancare se stessi (4).
Kierkegaard chiama "disperazione"
il mancare se stessi. Quando uno manca se stesso manca di tutte le possibilità contenute
nella necessità. Kierkegaard chiama la disperazione "malattia mortale". Solo una vera
consapevolezza nei confronti di questa malattia è l'autentico punto di partenza per una possibile
guarigione. Per Kierkegaard, però, solo l'eterno è la condizione del singolo: se non
ci fosse l'eterno (la necessità) non ci sarebbe nemmeno l'io (il singolo), ovvero:
nessuna possibile consapevolezza.
Ora, se provassimo a pensare l'io non come un'essenza conquistabile e da conquistare,
ma come un compito eterno, unendo Nietzsche e Kierkegaard, allora l'eterno
diventerebbe una pura virtualità; all'aggettivo "eterno" potremmo sostituire l'aggettivo
"interminabile" e l'io si trasformerebbe in un compito interminabile. Ma se l'io è un compito
interminabile non c'è nemmeno una vera e propria guarigione dalla malattia mortale,
tutt'al più si potrà parlare di una interminabile convalescenza. Ciò consentirebbe di
riguardare la disperazione come compito e di abbandonare il principio soterico della
consapevolezza come principio della guarigione autentica. Anche Stirner subirebbe
un qualche mutamento in questo passaggio dall'eterno all'interminabile: la proprietà
non sarebbe identificabile con il pieno possesso di sé, bensì con il movimento verso
se stessi.
In conclusione, il movimento verso se stessi, che è la proprietà del singolo, il suo compito,
il suo destino, la sua disperazione, la sua malattia mortale e la sua interminabile guarigione,
è il presupposto essenziale di ogni possibile discorso sociale: il singolo viene prima della
comunità, o, per essere più precisi, la comunità esiste solo per il singolo, per il suo
problematico cammino verso se stesso.
Che significa tutto ciò? Significa che l'essenza delle comunità non è la relazione. Dire
che l'essenza della comunità è la relazione (Buber) è ragionevole, ma, alla fine, non è
nient'altro che ragionevole - e certo una ragionevole relazione è necessaria alla comunità.
Ma l'essenza della comunità deve essere ben più paradossale per non precipitare la
comunità stessa nella trappola dello "stato etico" e di ogni organicismo: io non sono parte
organica di alcunché; se sono "parte" è per mia scelta; io appartengo solo a me stesso,
nel senso che niente può essere il mio destino se non io stesso, la mia disperazione, la mia
proprietà; io non devolvo mai, in modo definitivo, il mio potere naturale a chicchessia,
ma sempre e solo provvisoriamente. La comunità di relazione è cioè un modo derivato
di pensare la comunità, non tanto rispetto all'individuo, quanto a una forma più originaria
di convivenza che è la "comunità di discrezione".
È la discrezione il principio che sostanzia la politica, il diritto e l'educazione. È la discrezione il
principio comunitario che consente a ciascuno di disporsi e di disporre di sé in vista del
proprio compito e delle proprie possibilità, ed è l'unico principio in grado di ammettere la
disperazione come un problema della comunità: non sono io il problema della comunità, il
suo limite, il suo incubo, ma la mia disperazione; è questa a fare problema dentro la
comunità di discrezione. La comunità di discrezione è pertanto la forma comunitaria
capace di farsi carico della mia disperazione, e quindi della mia libertà, senza cadere
nel limite del solipsismo, ossia nella negazione di comunità.
La comunità di discrezione è comunità e non negazione di comunità in quanto il
discernimento sottile che consente a ciascuno di ritagliare, nel comune (koinós), ciò che
è irriducibilmente proprio (ídios) è un modo di ammettere la Discretio (ciò che
distingue) come relazione originaria.
"Giusto", secondo la discrezione, non è pertanto l'agire secondo una legge comune,
ma avere leggi variabili, o meglio, con solo un minimo di costanti e di omogeneità
strutturale in modo tale da consentire alla differenza di inserirsi nella comunità secondo
la piega che gli è propria, e non secondo la piega unica che è imposta dal comune
(è la comunità che fa posto alla piega che io sono e non io che devo piegarmi secondo
il verso e la curva dell'unica piega consentita) - occorrerebbe cioè una forma di diritto
tale che il giudizio si sostenesse su una misura propria a ciascuno; questo è il significato
del giusto in una comunità di discrezione: agire secondo una legge propria ed essere
giudicati secondo una responsabilità che non deborda il tempo, il luogo e l'orizzonte
mentale di un determinato agire, poiché si cambia, perché «in realtà non c'è niente
di uguale» (5) - mentre la legge comune (isonomia) ignora ciò
che è proprio (la rispondenza
al proprio) e giudica solo la conformità al comune.
Quando la richiesta di conformità al comune è totale, quando ogni diversa "proprietà"
è esclusa, si ha il "totalitarismo". Il totalitarismo non è necessariamente una dittatura
nel senso usuale del termine; uno stato di diritto a normazione capillare può essere
totalitario senza essere dittatoriale. Attraverso un sistema di politiche di previdenza
e di assistenza, attraverso un sistema di piani economici, attraverso la proliferazione
della decretazione uno Stato di diritto giunge a sollecitare all'estremo - sorretto per
esempio dal grande discorso del benessere o dell'equità economica - il consenso e
la partecipazione, e basandosi su questo consenso non si arresta davanti alla soglia
del domicilio privato, ma lo invade, apre la camera da letto, penetra tra arto e arto,
tra organo e organo, tra cellula e cellula e attraverso una sapiente tessitura di
razionalità filosofica e manipolazione tecnica pone in essere certe nuove pratiche
di controllo sociale che Marcuse, come sappiamo, definì, a suo tempo, un "nuovo
totalitarismo" (6).
In sostanza si dà relazione solo a partire da ciò che distingue - ma in verità ciò che
distingue è propriamente il comune; comune è la discrezione, è la discrezione a fare
comunità. Chi fa comunità? Gli indistinguibili? No, solo i distinti possono mettere
qualcosa in comune, ma ciò che questi non possono fare è rinunciare alla loro
distinzione, alla loro "proprietà" (Eigenheit).
Se la discrezione non fosse l'essenza della comunità, allora essa sarebbe senz'altro
la conformità: l'appartenenza avrebbe cioè come suo unico senso la conformità a un
determinato comune e la differenza sarebbe l'irrilevante (anche la comunità di relazione
finirebbe per cadere in questa trappola).
La comunità di conformità si dibatte così nel problema della mia libertà senza riuscire a
garantirmi de jure ciò che dovrebbe sussistere de facto. La comunità di relazione pone
come base la "relazione", ossia ciò che sta nel mezzo tra io e tu
(7). La comunità di
discrezione pone ciò che sta a ciascuno come base per fare relazione, pone la proprietà
come unica base possibile per fare comunità.
Il problema di fondo di ogni idea comunitaria non è quindi la relazione, ma io, il quale "io"
non è però un'identità ma una varianza - come il famoso quadro di Nietzsche: tale proprietà
è divenuta a poco a poco ed è anzi, tuttora, in pieno divenire
(8). I soggetti reali della comunità reali sono degli io che non
sono mai uguali a se stessi.
In una comunità di discrezione il principio giuridico fondamentale è dato dal ritrarsi
discreto della norma (ossia della comunità stessa) dinanzi all'emergenza della proprietà;
si tratta di una sospensione ben oculata del comune tale da consentire a ciascuno di
intraprendere il proprio cammino verso se stesso.
Noi siamo abituati a pensare la proprietà (Eigentum e Eigenheit) come
qualcosa che è garantito dalla comunità nella sua presenza (9):
c'è proprietà in quanto, anzitutto, c'è norma.
Nella comunità idionomica è ancora la comunità a rendere possibile la proprietà, ma solo
grazie a quel suo discreto ritrarsi: la comunità lascia essere la proprietà attraverso la sua
propria sospensione, il suo proprio e singolarizzato ritiro.
Ora, il ritrarsi della normalità dinanzi all'emergenza della proprietà delinea i tratti di una
comunità dell'accoglienza. Si tratta, in prima approssimazione, di qualcosa come l'accoglienza
dell'anormale o, in altri termini, di una costante disposizione all'ampliamento della normalità.
Una comunità isonomica o di conformità è immediatamente riconoscibile in quanto produce
un gran numero di anormali (Ambra, Erika ...). Il problema fondamentale di una comunità isonomica è pertanto
quello della normalizzazione. Il grado di evoluzione di una comunità isonomica si misura dal
tipo di soluzione fornito di volta in volta ai seguenti problemi: 1. il problema
dell'addomesticamento dell'elemento selvatico (gli istinti, gli impulsi irrazionali);
2. il problema dell'allevamento che differenzia il normale e il deviante (il creativo,
il bizzarro, lo spirito libero); 3. il problema del contenimento o repressione dell'elemento
irriducibile (il criminale, il libertino, l'anarchico). Per una comunità isonomica il buon governo
si identifica con il problema di recuperare spazi il più possibile ampi all'omogeneità sociale,
di produrre meno anormali possibile e, infine, di arginare il meglio possibile l'elemento
irriducibile (vi sono per esempio situazioni in cui il potere riesce a far passare in modo geniale
delle linee di politica criminale attraverso altre politiche, per esempio attraverso le politiche
educative: nella scuola, nella famiglia, nella televisione).
Al contrario, una comunità idionomica o della discrezione è tale proprio in quanto misura
il suo concetto di normalità sull'apertura della norma nei confronti dell'eccezione.
Una comunità idionomica sarebbe così in grado di ridurre al minimo la produzione di
anormali senza sospendere l'autonomia della proprietà, come invece fa la comunità isonomica.
La normalità, in una comunità idionomica, è data dalla dialettica tra norma ed eccezione.
Buon governo, in questo contesto, significherà pertanto creare gli spazi giusti per il
buon funzionamento di questa dialettica. In una comunità isonomica sono invece le
politiche di riduzione (addomesticamento, allevamento, repressione) a determinare gli
standard di normalità. Una comunità isonomica si riconosce immediatamente proprio per
la presenza di tali politiche, mentre una comunità idionomica si dovrebbe riconoscere
dalla presenza di politiche d'accoglienza. Il problema, si badi, non è prioritariamente quello
degli stranieri; accoglienza qui significa: tenersi aperti all'emergenza dell'eterogeneo.
C'è quindi una differenza fondamentale tra isonomia e idionomia su questo punto, il termine
che riassume meglio il senso dell'isonomia è normalizzare, quello dell'idionomia accogliere.
Forse potremmo addirittura distinguere i termini accogliere e ospitare, nel senso che nel
primo sono compresi i significati di acquistare, procurarsi ed anche collegare, l'accoglienza
è cioè una politica di colleganza, di concatenazione, dell'acquisto, laddove l'ospitalità è piuttosto una politica dell'intrattenimento a scadenza.
L'accoglienza è un modo di allargare, l'ospitalità un arte di sopportare.
Un esempio singolare, e tuttavia non estensibile di società idionomica è dato dalla cosiddetta
Sacra famiglia. Se la Sacra famiglia fosse stata una comunità di conformità essa avrebbe
dovuto tentare di addomesticare l'impulso eterogeneo di Gesù applicandovi una sana
ortopedia; avrebbe quantomeno dovuto reprimere gli elementi irriducibili della sua personalità
precludendogli, in definitiva, la via della croce. La Sacra famiglia si comportò invece, come
sappiamo, in tutt'altro modo. Essa, con estrema discrezione, si ritrasse davanti al nuovo e
gli fece agio, gli consentì cioè di espandersi e di perseguire quel determinato compimento
che conosciamo. L'atteggiamento della Sacra famiglia è di tipo idionomico.
Il cristianesimo, al contrario, istituendosi come religione confessionale, fonda il modello
della comunità occidentale come comunità di conformità. Il fatto che esso imponga delle
rigide norme di verità, il rispetto di un dogma, l'accettazione di un canone, la considerazione
di certi libri come verità perenne e l'accettazione di decisioni autoritarie in materia di verità,
il fatto cioè che esso si presenti non solo come religione escatologica, ma anche come
religione confessionale, indica, in assoluto, l'adozione del dovere di conformarsi a norme
come criterio di appartenenza. Esso istituisce quindi la comunità occidentale sulla rimozione
dell'originaria idionomia della Sacra famiglia. L'ostilità prima ebraica e poi romana nei
confronti del falegname che volle essere Dio è dovuta all'atteggiamento conformativo
dei rispettivi sistemi comunitari. Infatti, la conformità non è un'invenzione del cristianesimo,
il cristianesimo ne raccoglie semmai l'eredità, si libera dell'idionomia di Gesù, impone alle
vecchia società un tasso di idionomia sufficiente a giustificare il proprio ingresso in essa,
fonda teologicamente la nuova dimensione comunitaria e, una volta formata la nuova
comunità, esclude ogni ulteriore atteggiamento idionomico.
Tuttavia, la comunità idionomica non è storicamente riscontrabile. Essa non esiste se
non come caso; l'idionomia non è osservabile se non come "disposizione" all'interno di
strutture comunitarie date. Essa deve pertanto essere pensata come una qualità o grado
di libertà proprio delle comunità reali (dato che nemmeno una perfetta isonomia è osservabile).
Potremmo definire tale "disposizione" come la densità di probabilità che, in una struttura
comunitaria data, si diano localmente delle situazioni idionomiche.
Esisteranno pertanto delle strutture comunitarie con maggiore o minore disposizione
idionomica.
Nelle due grandi tradizioni europee di pensiero politico, il marxismo e il liberalismo,
lo Stato è concepito come ordine. Il primo pensa l'ordine come costrizione, come
gerarchia, mentre il secondo lo pensa come coordinamento e organizzazione.
Il marxismo persegue l'estinzione dello Stato attraverso una rottura rivoluzionaria;
il liberalismo classico punta piuttosto ad una limitazione dello Stato e, in qualche dottrina di
derivazione liberale più recente, alla sua minimizzazione. Il tipo di società che il marxismo
vuole istituire per mezzo di tale rottura è una società "organica" (ciascuno fa ciò che deve
senza costrizione), mentre quella voluta dal liberalismo è una società "anarchica" (ciascuno
esercita i propri diritti - fa ciò che non deve -, mentre fa "ciò che deve" perché deve,
lo fa cioè perché vi è costretto - paga le tasse perché vi è costretto, non perché gli da gioia;
non si accoppia con la madre perché esiste una complessa interdizione psico-giuridica, ecc.)
(10).
Nella realtà lo Stato è tanto un sistema di costrizioni quanto un insieme di forme
organizzative, tanto un sistema di gerarchie quanto uno sforzo di coordinamento,
tanto catechismo (cioè il tentativo di incanalare le forze che agiscono nella società)
quanto anarchsimo (cioè il tentativo di queste forze di organizzarsi secondo una legge propria).
Se nella società industriale avanzata, come hanno mostrato Marcuse e Foucault, la
costrizione passa completamente attraverso l'organizzazione e l'amministrazione, va
altresì osservato che i sistemi reali del tardo moderno sono degli organismi abbastanza
imperfetti, dove costrizione e organizzazione trovano effettivo impedimento in quella che
potremmo definire una certa proliferazione anarchica dei poteri.
Tutto dipende quindi dal grado di limitazione concreta che lo Stato incontra nella sua
opera di normalizzazione, addomesticamento, catechizzazione, repressione, organizzazione,
costrizione e coordinamento della vita degli individui e dei gruppi
(11).
L'idionomia andrebbe quindi pensata come una sorta di criterio correttivo delle politiche
isonomico-conformative applicato dal basso, una sorta di oriente debole delle pratiche
politiche, capace tuttavia di orientare le condotte individuali e collettive lungo le curve
di livello di una topografia delle alte e delle basse intensità statali.
Una comunità di conformità caratterizzata da una sufficiente anarchia dei poteri
sembrerebbe quindi possedere una più alta probabilità che localmente si diano delle
aperture idionomiche. Nei punti a più alta densità statale la vita comunitaria può
prendere invece o la forma dell'amministrazione radicale (totalitarismo), oppure
quella di una fuga turbolenta verso territori a pendenza più elevata (rivolta).
Per totalitarismo dobbiamo qui intendere, come già abbiamo suggerito, una forma di
organizzazione e coordinamento che tende ad invadere la vita degli individui e dei gruppi
in ogni interstizio, senza che si possano più reperire sfere di neutralità; ciò prescinde,
evidentemente, dalla questione se la forma imperii sia democratica, autocratica o
aristocratica o se la forma regiminis sia dispotica o repubblicana nel senso di Kant.
Per rivolta dobbiamo invece intendere una forma di radicale sottrazione senza progetto,
oppure: un progetto si sottrazione, di auto-secretazione.
Brigantaggio. Un esempio di rivolta in questo senso è costituito dal brigantaggio
meridionale. A cavallo della rivoluzione del 1860 la densità statale, sia nello stato
borbonico, aggredito dal movimento risorgimentale, sia, dopo poco, nello stato italiano,
impegnato a fronteggiare la crisi post-rivoluzionaria, è elevata. Il brigantaggio esplode
come una crisi tellurica nelle zone di maggior frizione tra le due grandi zolle storiche in
conflitto: l'Ancien régime e il nuovo stato liberale.
Nel 1860, dal punto di vista della segmentazione dei poteri, l'Italia meridionale è così
strutturata: ci sono i bersaglieri che rappresentano la forza poliziesco-militare del nuovo
stato; c'è la guardia nazionale, garibaldina, ma piena di riciclati e infiltrati, che rappresenta
l'opposizione legale e semilegale interna al nuovo stato; ci sono i comitati legittimisti, che
sono degli organismi politico-cospirativi filoborbonici e, infine, ci sono le bande.
Vi sono molte ragioni per dubitare che il movimento delle bande abbia mai significativamente
corrisposto ai disegni della reazione legittimista, sebbene i briganti sventolassero i simboli
della ribellione borbonica e bruciassero i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele. In realtà il
movimento delle bande fu un fenomeno del tutto autonomo e dedito alla sparizione: migliaia
di uomini, per circa cinque anni, entrano ed escono dalla clandestinità a loro piacimento. La
tattica stessa delle bande è di tipo secretativo: si frantumano al primo allarme, fuggono
davanti ai nemici, con l'avvicinarsi dell'inverno si mostrano indolenti e ansiose di prendere
la via del monte per stabilire al sicuro le loro dimore, si muovono solo di notte, ecc. ecc..
Le bande, a differenza della cospirazione legittimista, che vuole semplicemente la
restaurazione dello stato borbonico: a. determinano un certo movimento dell'economia:
vetturali, armaroli, sartori, calzolai, orefici lavorano per loro, i contadini forniscono loro
uomini e rifugi sicuri e, in cambio, ne hanno denaro e il piacere della rivalsa contro i
Signori - il brigantaggio è in effetti una rivolta contadina contro l'omogeneità dello
Stato latifondista; b. rendono fluida la situazione agendo come un riequilibratore
idionomico rispetto alla pura pressione statale; c. liberano l'individualità repressa
di una parte della popolazione facendola sì emergere come un'eccezione criminale,
ma un uomo del popolo, un contadino, un piccolo artigiano che si trova ad attraversare
gli spazi contigui del manutengolo, del compariello, del fiancheggiatore, del garibaldino,
del cospiratore e del brigante, può raggiungere livelli di indipendenza, di potere e di
progettazione di sé inimmaginabili prima del Sessanta e dopo il Sessantacinque.
Nel 1902, nel penitenziario di Portoferraio, dopo 27 anni di detenzione, Carmine Donatello
Crocco, il più temibile degli uomini di macchia di tutto meridione, a una domanda sul tenore
della vita del brigante postagli da alcuni studiosi lombrosiani risponde semplicemente così:
«la vita del brigante? È indipendente».
La rivolta della plebe del regno delle due Sicilie termina nello stesso momento in cui le
bande cominciano ad introdurre nella loro pratica belligerante degli elementi di politica
statale, per esempio imponendo ai contadini il blocco delle campagne, oppure quando
cercano di tenere le città troppo a lungo, introducendovi degli elementi di normalizzazione;
nel momento in cui la rivolta tenta la strada della rivoluzione, il movimento delle bande
si dissolve, avversato da quelle stesse plebi che l'avevano così poderosamente sostenuto.
(1) N. Bobbio, Teoria generale della politica,
a cura di M. Bovero, Einaudi, Torino 1999, pp. 69-70.
(2) M. Stirner, L'unico e la sua proprietà,
trad. di L. Amoroso, Adelphi, Milano 1979, p. 19.
(3) Cfr. per esempio F. Nietzsche, Umano,
troppo umano, trad. di G. M. Bertin, Newton-Compton, Roma 1990, p. 233, af. 4.
(4) S. A. Kierkegaard, La malattia mortale,
trad. di M. Corssen, Newton Compton, Roma 1976, p. 31; cfr. anche «Postilla conclusiva
non scientifica alle "Briciole di filosofia"», in Id., Opere, trad. di C. Fabro, Sansoni,
Bologna 1988, p. 431.
(5) F. Nietzsche, Umano, troppo umano,
cit., pp. 42-43, af. 19.
(6) H. Marcuse, L'uomo a una dimensione.
L'ideologia della società industriale avanzata, trad. di L. Gallino e T. G. Gallino,
Einaudi, Torino 1967.
(7) La comunità, sostiene Buber, consiste
«nell'essere l'uno presso l'altro di una molteplicità di persone che [...] ovunque fa
esperienza di una reciprocità, di un dinamico essere di fronte, di un flusso dall'io al tu»
(M. Buber, Il principo dialogico e altri saggi, a cura di A. Poma, San Paolo,
Milano 1993, p. 218).
(8) F. Nietzsche, Umano, troppo umano, cit.,
p. 40, af. 16.
(9) Il riferimento fondamentale è qui sicuramente
Rousseau: «Col contratto sociale [...] l'uomo [...] guadagna [...] la libertà civile e la
proprietà di quanto possiede» (J. J. Rousseau, Il contratto sociale, trad. di
G. Barni, Rizzoli, Milano 1974, p. 68).
(10) Cfr. N. Bobbio, Teoria generale della
politica, cit., pp. 245-46. Marxismo e liberalismo fungono qui da paradigmi - è
questa l'impostazione di Bobbio. Tuttavia, data questa impostazione, ne risultano
alcune difficoltà, per esempio il fatto che il fascismo, dal punto di vista della dottrina
comunitaria, è, come il socialismo, una dottrina organicistica (cfr. Bobbio, Op. cit., p. 256)
e organicistiche sono anche le dottrine neoconservatrici degli anni Venti e Trenta
(Spengler, Moeller van den Bruck) e le dottrine neocomunitarie americane
(cfr. A. Etzioni, Nuovi comunitari, trad. di M. Carloni, Arianna, Casalecchio 1998).
Sotto l'etichetta del liberalismo dovremmo invece comprendere non solo Nietzsche,
che Bobbio utilizza ogni qual volta ha la necessità di illustrare qualche particolare
aspetto filosofico della dottrina liberale, ma anche, per esempio, certe dottrine americane
dell'anarco-capitalismo (cfr. per esempio B. Caplan, «FAQ sulla teoria anarchica», "tellus",
22, 2000, pp. 127-138).
(11) Tra le soluzioni al problema, diverse da quella
qui avanzata, spiccano quella di Bobbio (coniugare libertà ed eguaglianza:
prospettiva liberalsocialista) e quella di Cacciari e degli ipercomunitari (estirpare dalla
cultura occidentale il germe dell'individualismo cattivo: prospettiva
escatologico-comunitaria). Per quanto riguarda Bobbio si veda il già citato Teoria generale
della politica; mentre per quanto riguarda Cacciari si vedano invece L'arcipelago,
Adelphi, Milano 1997 e «Europa o cristianità», "Micromega", 2, 2000.
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