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Un antiproibizionsimo filosofico
di Marco Baldino
1.
Vite deprivate di ogni sbocco, patire ogni giorno l'insopportabilità di un
orizzonte chiuso, quella lunga permanenza sul suolo di cui parla Heidegger,
tutto ciò, in prima istanza, prima ancora di divenire il fondo da cui prende forma
la necessità di una «ripetizione della grandezza dell'inizio» (1),
tutto ciò - dicevo - è
una lunga coabitazione con l'inabitabile. Il domestico, il provinciale, sono
paradossalmente il paradigma stesso dell'inabitabilità, dell'insopportabile
- se non si è già da sé convinti di ciò lo si verifichi almeno nella letteratura o
nelle cronache criminali: Gertrude? Si, la manzoniana Gertrude: dai penetrali
della dimora a quelli del convento e viceversa, senza soluzione di continuità;
Manzoni stesso sembra sorpreso della inesausta inconciliabile irrazionalità della
condotta di Gertrude, le ombre di un sottofondo patologico emergono tra le righe
del grande romanzo, Gertrude crea allarme, fa temere il contagio morale.
Il terreno in cui alligna la sua condotta morale è come un'immensa insidia
se paragonato al terreno su cui Manzoni vorrebbe edificare l'omogeneità
linguistica e morale della nuova Italia: un temperamento forte e un'immensa
debolezza, una volontà indomita e un'esplosione incontrollata dell'istinto, una
sete insaziata d'affetto e la disperata aridità del rancore, un desiderio
prorompente di comunicare e la coscienza di essere condannata all'interdizione,
alla solitudine, al deserto e, soprattutto, il sentimento di sapersi al di fuori di ogni
solidarietà reale ed esclusa dalla sua stessa società.
Il quotidiano è orrido nelle valli e nei recessi della casa. Insopportabile è
soprattutto la disuguaglianza che qui separa dall'umano, che esclude dalla
parola, che estromette dal pensiero (penso a Pierre Rivière, a Woyzeck, quello
di Büchner, ma anche a quello delle cronache criminali del 1823; Woyzeck
ucciderà la moglie perché un semplice soldato, che non ha soldi, soldi, soldi ... è
fuori dalla morale comune; se ha un figlio nato fuori dal matrimonio, se la moglie
lo tradisce, se ci si fa beffe della sua condizione ... a lui, per diventare un pensiero,
non resta che il delitto). Orribile è questa esclusione che vincola alla minorità, che
immette delle creature in una regione spirituale la cui dimensione è un "quasi-nulla".
E che a tutto ciò si associno talvolta dei sintomi o delle manifestazioni terrificanti è
infine giocoforza.
2.
«La condizione dell'animale domestico - scrive Jünger - si porta dietro quello della
bestia da macello» (2). Bene! Ma nel momento in
cui un lampo erompe nel domestico,
o nel provinciale, che è la forma territoriale della domesticità (è questo che fa la
desintetizzazione, la quale funziona qui come un aumento improvviso di eccitazione
emancipatrice), qualcosa qui e là prende la via della macchia; dinanzi alla rivelazione
dell'orrore della propria condizione nasce qualcosa come un rifiuto della civiltà.
Quando un lampo illumina la scena il dolore domestico-provinciale si converte
nella fuga dell'homo salvadego, il pastorello si fa orco. Questo è ciò che io chiamo
"inselvatichire", silvescere, un darsi al bosco che è come un sogno di macchia,
quel desiderio di ritirarsi dalla compagine civile (che è il proprio dell'homo salvadego)
perché se ne percepisce tutta l'esclusività, tutta l'inospitalità. «Inospitale affermazione
delle propria separatezza» non è quindi, come in Cacciari, la hybris anarchica del tardo
liberalismo (3), ma il contrario:
il modo mediante cui il Progetto occidentale muta la libertà
in diritto, la razionalità in organizzazione, lo spirito libero in filosofia, la società in sicurezza,
cioè il modo in cui l'Occidente stesso, attraverso una metodica dell'esclusione, diviene
liberalismo, e quindi anche, quale risposta a questo suo divenir liberale, il modo in cui
esso si ricopre di una lentiggine di ambiti di sottrazione che si oppongono allo jus comune,
al principio gotico-ispanico (piemontese, prussiano, serbo) di subordinazione alla totalità,
con l'esplicita rivendicazione di uno jus proprium, qualcosa una pratica filosofica del
brigantaggio.
3.
La presenza di coaguli d'anarchismo nell'orizzonte del tardo liberalismo va interpretata
sì quindi come base per "incursioni critiche", per un'azione di metodica riduzione
tendenziale del margine di influenza dello Stato (unità di apparati, territorio e scuola),
ma anche come quel "darsi alla macchia" della pensosità domestica e provinciale che
è anche l'evolversi della forma della libertà in un mondo che si avvia a diventare, se di
fatto non lo è già diventato, non tanto un Weltstaat quanto una Weltstadt. Jünger
pensava che questo "darsi alla macchia" fosse capace di aprire uno «spazio d'azione
per piccole élites consapevoli della necessità del tempo», capaci cioè di vedere al di là
della necessità del proprio tempo e di misurarsi con la necessità futura
(4). Di certo
possiamo dire che il "divenire selvatico" è un atto provinciale e non qualcosa che possa
esser compiuto dal pensiero urbano e professionale. Anzi, si tratta del modo proprio del
domestico e del provinciale di accedere al piano dell'umano, la forma della sua
emancipazione, il modo attraverso cui esso accede al pensiero. È inutile quindi
inseguire in Jünger i tratti che inclinano all'intérieur, alla mistica del bosco, all'identità
dell'Io con il cosmo, e che quindi nel bosco vede l'emblema del cuore solido dell'eterno
di contro alla fallacia del divenire. «Passare al bosco - scrive Jünger - è un'escursione
perigliosa», d'accordo, ma qui si ferma pressoché ogni lettura, mentre poi aggiunge:
«non solo fuori dai sentieri tracciati, ma oltre gli stessi confini della meditazione»,
ovvero: non solo fuori dalle autostrade dei saperi codificati dalla ragion di stato
(del resto «la ragione non è sempre "di stato"»?), ma anche fuori dai confini della
meditazione in sé, il che significa - mi si provi il contrario - non immergersi nel proprio
solco (sorta di edipismo narcisistico), ma, semmai, "uscire dal solco", uscire, passare
al "delirio", darsi alla sperimentazione, optare per l'invenzione (Erfindung).
Jünger funziona in coppia con Deleuze, non con Guénon.
Nella figura dell'anarca e, perché no, del "contemplatore solitario", bisognerà quindi
cercare più la bestia da macello, che contempla il mondo con nostalgia definitiva, più
la figura dell'assalitore nella boscaglia, la cui atterrita contemplazione della difficile
preda dà la misura del suo isolamento tragico, piuttosto che la figura ieratica del
Buddha meditante. Nel punto più profondo di Siddharta si annida in verità un Woyzeck.
4.
Nella "macchia", infatti, non c'è niente se non la radicalizzazione stessa del non-pensiero;
spesso non vi si trova altro che l'orrore, come nel conradiano Cuore di tenebra, o il
crimine - del resto anche Jünger curiosamente lo rileva: «il crimine rappresenta,
accanto alla scelta morale autonoma [quella dell'anarca] la seconda via che si può
percorrere per conservare la sovranità in mezzo al disfacimento, allo sgretolamento
nichilistico dell'essere» (5),
e se il "ribelle" sente come particolarmente pericoloso il
fatto che vi sia un'alta possibilità di infiltrazione di elementi criminali tra le sue linee,
ciò non è forse dovuto alla loro straordinaria affinità (6)?
Questa "radicalizzazione" è però un atto di illimitata contestazione e protesta e, in
quanto tale, proprio in quanto "approfondimento" della propria condizione di esclusi
dal pensiero, essa è in pari tempo il primo incamminarsi nel pensiero di quello straordinario
personaggio concettuale che è appunto l'homo salvadego. Da questo bisogna ripartire.
Il rifiuto della "civiltà" contenuto nell'atto di "inselvatichirsi" viola ogni legge, questo
è vero. Nell'ottica della Kultur occidentale tale "violazione" non è che pura dismisura,
mero brigantaggio. È in un'altra ottica che quest'atto viene a investire invece, con
una domanda assolutamente stringente, il tutto della Kultur, il tutto della "civiltà";
questa domanda la possiamo formulare personalizzandola come aveva fatto Foscolo
nell'Ortis, solo che il nostro personaggio non è un anima romantica che legge Plutarco
all'ombra dei tigli, ma un contadinello parricida, e la domanda è la seguente: qual è il
posto di un Pierre Rivière tra le parti di questo mondo liberale? Qual è il posto della
speciale protesta "anarchica" del contadinello che per dare "voce" al "diritto" di un
padre beffato nella sua agognata umanità da un sistema di riscatto assolutamente
canagliesco, sgozza, senz'ombra di spirito di vendetta e consapevole di tentare con
ciò la via della "macchia", della "proscrizione", e parimenti e straordinariamente
consapevole del rischio definitivo che quella scelta comportava, sgozza - dicevo -, con
immenso dolore, sua madre, sua sorella e suo fratello... Qual è il posto di questo
homo salvadego nell'orizzonte della società di sicurezza e di sviluppo economico,
nello stato morale e di ragione, nel pensiero filosofico e nella storia?
«Scrivi dunque - dice il Procuratore al giovane Rivière, quel giovane a tutti noto come
"la bestia dei Rivière" - scrivi dunque questa Memoria che volevi scrivere, così si saprà,
poi, se tu eri buono per il manicomio, la prigione o il patibolo»
(7).
Questo è dunque il problema politico di fondo della convivenza tardo liberale: divenire
capaci di allargare il filosofico, il giuridico e lo storico fino a raggiungere i recessi ove
dimorano il domestico e il provinciale - ciò dovrebbe consentire di scorgervi non più la
bestia, il reietto patibolare, ma la presenza di un pensiero (vedi la famosa "Memoria"
di Rivière). Quest'atto, apparentemente contraddittorio, non può
tuttavia essere compiuto per mezzo o a partire da un'analisi filosofica professionale,
da una contemplazione del centro immobile del tutto o altro del genere; la filosofia
non può scendere negli "scorticatoi" dell'esistenza, non può debordare nella follia.
Il problema va ribaltato: divenire-capaci-di non significa qui un andare-verso; la
filosofia non può emancipare alcunché, non può salvare nulla, non si filosofeggia
con il bosco, la filosofia non ha compiti salvifici, si tratta invece di lasciare che il
filosofico si allarghi, si tratta di togliere i divieti, di abolire il protezionismo
monopolistico del pensiero istituzionalizzato, di abolire il proibizionismo nell'uso
della mente, questo solo la filosofia può fare, fare largo a ciò che il movimento stesso
della modernizzazione o della globalizzazione, che non è un movimento filosofico ma
che produce del filosofico nelle cricche del sistema, ha emancipato dal dominio
spirituale del "quasi nulla". La piega anarchica del liberalismo, denunciata da una
tradizione prussianeggiante come lebbra, è in realtà la chiave per interpretare la
convivenza contemporanea, anglosassone, franco-illuminista, anarco-liberale o altro
che sia, come qualcosa che ammette la contestazione come forma possibile del politico
e la sovranità diffusa come forma possibile della libertà.
Una versione di questo testo, qui rimaneggiato, è apparsa sul numero 22 dell rivista itailiana di geofilosofia Tellus con il titolo «Liberalismo e geofilosofia», Sondrio, gennaio 2000.
Note
(1)
M. Heidegger, L'autoaffermazione dell'università tedesca, a cura di C. Angelino,
Il Melangolo, Genova 1988.
(2)
E. Jünger, Trattato del ribelle, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano 1990, p. 40.
(3)
M. Cacciari, L'arcipelago, Adelphi, Milano 1997, pp. 20-127. Secondo
Cacciari il tipo umano dominante nel tardo liberalismo
- l'homo democraticus - tende all'anarchia. La sua ricerca d'autonomia è semplice
affermazione (di comodo) della propria "separatezza", il suo disconoscimento, non solo
di ogni potestas, ma anche ogni auctoritas è questione di puro interesse;
la sua dimensione è pertanto quella dell'impius, di colui che non ha più legge.
Il bisogno di sicurezza, la tendenza anarcoide, l'individualismo che destruttura la
comunità, la hybris generale di un tipo umano che ha rotto e dimenticato ogni
misura, che ha rotto e dimenticato ogni Nomos e ogni legame col cielo, nonché
la tendenza a trasformare la spinta anarchica in una domanda d'ordine non appena i
suoi interessi sono minacciati è, per Cacciari, la forma della modernità compiuta, finita,
dis-impegnata, decaduta e, come a questo punto si può ben supporre, l'insieme dei
caratteri tipici del tardo liberalismo (Cfr. anche M. Cacciari, Geo-filosofia dell'Europa,
Adelphi, Milano 1995, pp. 110 sgg).
(4)
E. Jünger, Trattato del ribelle, cit., p. 29. Cfr. anche R. Panattoni, «l diritto del
"fuori-legge". Ernst Jünger e l'aristocrazia del singol», in AA.VV., Ripensare il politico:
quale aristocrazia? A cura di E. Morandi e R. Panattoni, Il Poligrafo, Padova 1997.
(5)
E. Jünger, Trattato del ribelle, cit. p. 117.
(6)
Ivi, p. 106.
(7)
M. Foucault (a cura di), Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella
e mio fratello ..., trad. di A. Fontana e P. Pasquino, Einaudi, Torino 1977, p. 293.
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