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Quinzio e la teologia dello scandalo
di Marco Baldino
tellus 17, «Vie al divino», pp. 37 - 38
© Marco Baldino, 1996
© marcobaldino.com, 2001
Sei mesi fa è morto a Roma Sergio Quinzio. Famiglia cristiana lo ricorda, sia pur brevemente, come «il teologo della fede sofferta», il convinto assertore di un Cristo «senza trionfalismi» e senza facili parole assolutorie (1).
Nato ad Alassio, nel 1927, la sua ascendente notorietà aveva avuto inizio, in modo pacato, con il poderoso Commento alla Bibbia, in quattro volumi, pubblicato da Adelphi tra 1972 e il 1976. NellOttanta luscita del volume di aforismi Dalla gola del leone, decretò lesplosione del caso Quinzio.
Estraneo allaccademia, scrittore straordinario, assurge ben presto al ruolo di un originale pensatore cristiano, ben presto immancabile presenza nella formazione di una generazione di lettori affascinati dalla prosa di questo coraggioso ripropositore di un cristianesimo sine glossa, vale a dire (lespressione è ripresa da San Francesco) nella semplice, nuda e originaria letteralità del suo annuncio.
Ripropositore della tematica apcoalittica, senza per questo indulgere ad una facile svalutazione della storia mondana - il cui scandalo è invece alla radice del suo pensiero - e temerario formulatore di quesiti radicali intorno alla fede, Quinzio scardina, in breve, sia la crosta di interdizione che legemonia marxista aveva costruito intorno al cristianesimo, sia la tranquillità religiosa e il sistema delle consolazioni pie che la religiosità ufficiale sedimenta di continuo nella vita quotidiana dei credenti.
È del 1984 il volume La croce e il nulla in cui Quinzio mette in rilievo il posto speciale occupato dalla croce tra lordine del nichilismo e quello del sacro. Ciò che i partigiani del sacro mettono in campo è unesigenza chiara: far fronte alla devastazione dellesistenza operata dal nichilismo (se Dio è morto, allora tutto è possibile). Anche Quinzio si muove su un piano analogo: nichilistico è soprattutto il mondo moderno che, quando con Bacone inneggia allavvento del Regnum hominis, allo stesso tempo decreta lestromissione e la definitiva rinuncia allOrdo divinus. Quinzio ricorda a questo proposito la singolare posizione del santo di Assisi e dice: «Francesco non elaborò esplicitamente nessuna teologia, e tuttavia lunica vera novità teologica accaduta in venti secoli comincia manifestarsi in lui. In lui si compie la prima e decisiva rivoluzione copernicana, quella che ha posto come scenario della vita umana non più lordine garantito dallonnipotenza divina, ma il rischio di esistere nel mondo, in cui luomo deve operare a imitazione del Dio debole e crocifisso» (2) (c.n.). È curioso come allinizio dellepoca moderna lesperienza di Francesco dAssisi faccia da pendant e quasi da controcanto alla passione di Francesco Bacone per lelemento concreto. Anche per San Francesco niente più contemplazione delle eterne essenze, ma passione per la concreta esistenza, cui si aggiunge, però, non solo la pena per luomo nella storia, ma anche il problemino dellimitazione come cardine della redenzione. Anzi, il problema dellimitazione sorge proprio dalla constatazione che luomo è in definitiva «solo nella sua nudità che si confronta con la nudità di Cristo sulla croce» (3).
Che cosè questa nudità, questa pena per luomo gettato nella storia, nudo, destinato a morte? Che cosè questa sprotezione in cui luomo conduce la sua esistenza? Non è uno scandalo? Non è uno scandalo la morte di un bambino, il dolore di una madre, il suicidio di un giovane, la sterilità di un grembo pieno di aspettative che, invece, viene disertato? Non vi è qualcosa di incomprensibile, di infondato in tutto ciò? «Lordine sacro, qualsiasi ordine sacro, elude lo scandalo del male» dice Quinzio. Il compito del sacro consiste nel «convincere che la realtà del mondo è, per lappunto, un ordine sacro, cioè dove tutto accade secondo i decreti divini, che dispongono ogni cosa per il meglio» (4). Il sacro è la condizione utopica della pienezza del senso, della sicurezza della vita, della perfetta armonia e consonanza tra luomo, la natura e il mondo angelico. Perfino lHûrqalyâ islamico finisce per assumere, nella trascrizione occidentalizzata, il significato di una panacea di fronte alla deriva delluomo nel mondo. Ricordo, di sfuggita, che il teologo ortodosso Pavel Florenskij aveva invece visto il carattere ambiguo dellHûrqalyâ o mundus imaginalis, dove, accanto alle visioni dei profeti e dei mistici, è anche «il massimo dellinganno e della seduzione». Popolato di spettri, rigurgitante delle ombre del mondo sensibile, delle sue brame oniriche, il mundus imaginalis può rivelarsi una trappola se viene a mancare ciò che Florenskij, come anche Quinzio, invocano come fede. Certo, tutto ciò ci aiuta a capire perché in un mondo attraversato dallinsicurezza e dal senso di colpa ci si possa dedicare alla ricerca del sacro occidentale o dei suoi sostituti orientali.
La riflessione di Quinzio si innesta invece là dove queste soluzioni, questi rimedi, presentano delle incrinature: il pianto di una madre, la rabbia e lodio verso gli animali, la solitudine del morente. «Se per Dostoevskij niente e nessuno, nemmeno Dio può giustificare le lacrime di un bambino che soffre, per luomo del sacro [...] tutto [...] è perfettamente logico e perfettamente giustificato per definizione» (5). A questa ricerca di sicurezza che nega lo scandalo dellesistenza Quinzio oppone lesempio di un uomo, San Francesco, che si è fatto povero non nel senso elevato e ascetico del termine, non per disprezzo delle cose basse e materiali, «non povero di una povertà saggia», come era per gli asceti ellenizzati della prima età cristiana, ma di una povertà «folle», di quel tipo di povertà che si manifesta nella ferma volontà di essere nudo della nudità delluomo gettato sulla terra, oppresso dalle malattie, divorato dallinquietudine e destinato a morte, esempio vivente e ripetizione dello scandalo della croce. Ecco allora che il Dio nudo, urlante e delirante dalla croce, tradito e rinnegato, il Dio che muore divorato dalla follia del mondo, il Dio della desacralizzazione integrale, per dirla con Girard, il Dio che, dopo duemila anni, forse per un difetto di potenza, forse a causa limitazione contro la quale egli stesso deve costantemente lottare, non ha ancora salvato nessuno, si leva a rappresentare il difficile e labirintico cammino tra labisso del nulla e gli incantesimi del sacro.
Certo, il problema è sempre quello del senso. Ma se per luomo del sacro il senso è prodotto dal gioco stesso dei simboli di cui egli crede foderato il cuore del mondo, per Quinzio, che non si fa illusione alcuna sul buddistico autocompenso del bene («Se qualcuno compie il bene, lo faccia di nuovo e di nuovo ed in esso si diletti. La felicità è cumulo di bene»), esso è piuttosto il frutto della fede, quandanche si tratti di una fede residuale: «Finché la fede sussiste - egli scrive - la tenerezza, la pietà, la speranza della salvezza, anche se fossero destinate al più radicale scacco, sono piene di senso» (6).
Infine cè il fatto che il Cristo di Quinzio intrattiene con il Moderno un rapporto difficilmente eludibile. La Modernità - egli dice - «è scimmia di Dio», nel senso che il problema della salvezza è affrontato con mezzi solamente umani; il regno di Dio diviene così, un regno semplicemente umano e questo, ben presto, il regno del totale dispiegamento della tecnica: «il battesimo - ricorda Quinzio - non si può più imporre a tutti, la tecnica sì» (7); ed è dalla tecnica che luomo si attende oggi la salvezza. Ma «finché la fede può ancora sostenersi, cè senso» e cè senso proprio perché «non cè indifferenza rispetto alla sofferenza e alla gioia, alla morte e alla vita», e ciò è dato nel Moderno anche attraverso la caricatura stessa della fede (8).
Questo il senso di fondo della sua, l aver ricollocato la fede - fede in una promessa che si stempera, credenza sempre più contraddistinta dallassurdo - nel cuore del un mondo dominato dalla tecnica e, allo stesso tempo, in questo averla ricollocata come una possibilità di senso sia a fronte della deriva nichilistica del mondo moderno sia come sfida radicale a fronte ad un tipo di soluzione - quella del sacro - che rischia di non saper riconoscere lo scandalo definitivo contenuto in un evento come lolocausto.
Note
(1)
Famiglia Cristiana, 14, 31 maggio 1996, p. 47.
(2)
S. Quinzio, La croce e il nulla, Adelphi,Milano 1984, p. 85.
(3)
Ivi, p. 94.
(4)
Ivi, p. 92.
(5)
Ivi, p. 93.
(6)
S. Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi,Milano 1992, p. 99.
(7)
Ivi, p. 82.
(8)
Ivi, p. 99.
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