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Deleuze, anarca e geofilosofo
di Marco Baldino

tellus 16, «Il pensiero selvatico», pp. 37 - 38
© Marco Baldino, 1996
© marcobaldino.com, 2001


Chi era Deleuze? Un professore, sì, un professore dall’eloquio brillante - gli studenti lo ricordano con affetto. Il suo pensiero? Per molti versi ancora enigmatico e, a detta di alcuni, non alieno da certi “rischi” sia teorici che pratici. La sua interpretazione di Nietzsche (pensatore con cui intrattenne un rapporto quasi simbiotico) sarebbe infatti, almeno a detta di Vattimo, la più vicina alla lettura nazista [!] e la sua idea che l’esistenza sia da creare piuttosto che da leggere, avrebbe dato sostegno teorico al movimento dell’Autonomia [!]. Foucault lo considerava l’unico spirito filosofico in Francia: Chi è Deleuze? Il migliore! Tuttavia, Deleuze e Foucault sono spesso accomunati nella medesima riserva e ciò a causa della loro adesione alla cosiddetta «ipotesi di Nietzsche», ossia la guerra, il gioco di forze, come griglia dell’intelligibilità storica.

Questo “professore”, i cui corsi su Kant, Bergson, Spinoza, sapevano restituire - com’è stato detto - un così alto grado di penetrazione, fu però, allo stesso tempo, un teorico isolato, creò opere incommensurabili allo spirito dell’accademia, fu un critico distruttore, un luddista filosofico, un anarca in tutto simile al waldgänger di Jünger, uno scompigliatore di giochi e di poteri. Deleuze non puntò mai all’istituzionalizzazione di concetti o di regole metodologiche, né alla realizzazione di un qualche ordine nuovo. La malattia, che fu lunga e, a quanto pare, estenuante, accentuò questo suo lato idiosincratico, questa sua «estraneità alla funzione pubblica del pensare».

Tratto caratteristico del suo atteggiamento filosofico questa libertà nel porsi di fronte a ciò che è da pensare, libertà dal vincolo dell’evidenza universalistica e universitaria, libertà dalle regole che procedono dalla comunità dei dotti: «Si avranno idee sbagliate sull’irrazionalismo - diceva -, finché si crederà che questa dottrina contrapponga alla ragione qualcosa che non sia il pensiero [...]. Nell’irrazionalismo è del pensiero che si tratta, di nient’altro che del pensiero», e questo è detto nella patria di Descartes, nella lingua di Descartes, in aperta antitesi con la radice cartesiana della tradizione francese (si pensi, per converso, a Luc Ferry e Alain Renaut che, recentemente, in nome di un rinnovato umanismo sartriano-cartesiano, hanno emesso condanne senza appello proprio nei confronti di compatrioti come Deleuze e Foucault e persino Derrida, cioè di quei pensatori francesi che maggiormente hanno contribuito ad approfondire la crisi del progetto umanistico moderno).

Il problema filosofico fondamentale per Deleuze è infatti che non si può pensare se non ci si libera di quei vincoli e ciò in quanto il problema del pensiero è il problema stesso del cominciamento: non c’è inizio, intrapresa, in questo campo, se continuiamo a muoverci, consapevolmente o no, sulla base di ciò che Deleuze chiama “presupposti soggettivi o impliciti”. La ragione stessa è, per Deleuze, una sorta di presupposto, di forma subliminale del sapere moderno, niente affatto il pensiero in quanto tale.

La domanda “che cosa significa pensare?” costituisce pertanto il punto d’avvio della riflessione deleuziana; egli si chiede però non già quale ne sia l’oggetto - come avviene in Heidegger -, ma se il pensiero, in quanto tale, non sia, in fondo, essenzialmente illegittimo e, quindi, anche costitutivamente irrazionale: non c’è pensiero senza comincimento e non c’è cominciamento senza una critica preventiva e demolitrice di quell’immagine pre-filosofica (che da Desacretes in poi si confonderà con la raison) che costituisce l’implicito presupposto da cui la filosofia prende le mosse. La filosofia, dice Deleuze, non è né contemplazione, né riflessione, né comunicazione, bensì «l’attività che crea i concetti». È connaturata alla pratica deleuziana del filosofare l’idea di una costitutiva creatività del pensiero, di una costitutiva inizialità e sperimentalità nietzschiana del pensiero: “Non esiste alcun problema di difficoltà o di comprensione - egli dice, ammiccando alle polemiche collegate alla ricezione delle sue opere -: i concetti sono proprio come suoni [di una canzone], colori o immagini [di un film o di una trasmissione televisiva], sono intensità che vi possono andar bene oppure no, che passano o non passano».

La filosofia, a condizione che non sia vuota ripetizione di forme istituzionalizzate, è l’attività energetica che dischiude ambiti di senso e che, per poter far questo, deve sottrarsi all’azione di ogni presupposto. Il pensiero deve mantenersi in vista dell’abisso indifferenziato, deve lasciarsi tentare dal silenzio, dal “bosco”, dall’enorme riserva di “insensatezza” che esso contiene se vuole pensare. Poiché se l’indifferenziato è l’impotenza del pensiero, esso è anche ciò che lo chiama fuori dal letargo animale, che lo spinge alla creazione: creare nuove regole per vivere e pensare - non lasciarsi catturare dalla falsa alternativa tra l’accettazione pura e semplice della sindrome di potenza della tecnica e la fuga verso il simulacro di un’esistenza naturale, questo è, per Deleuze, il compito del filosofo. Per Deleuze il problema, il próblema che da avvio al filosofare, non è il reale come un che da descrivere, ma l’esigenza di aprire piste per nuove possibilità d’esistenza, il modo di ritagliarae, selezionare e differenziare piani d’esperienza sullo sfondo dell’indeterminato.

Deleuze si sforza così di sottrarre il pensiero occidentale all’evoluzionismo e all’universalismo storicistici tipici del Moderno. Egli impone al filosofare una piega “geo-filosofica”. La totalità dei processi culturali, anziché risultare dall’attività dei soggetti storici, come avveniva in Hegel e Marx, si presenta in Deleuze come una molteplicità irriducubile di forme di vita, di tipi di marginalità, una molteplicità di campi di forze inseriti in sistemi di funzionamento, cioè qualcosa come una rete, un “piano di immanenza”. Secondo Deleuze noi pensiamo ancora troppo «in termini di storia, ia essa personale o universale. Mentre i tipi di divenire fanno parte della geografia, sono orientamenti, direzioni, entrate e uscite». Allo stesso modo egli concepisce l’attività filosofica, non come uno sviluppo teleologico della verità, ma come un sistema di relazioni tra elementi «sintagmatici», i quali vanno presi per se stessi, cercando le regole di buon vicinato tra le loro componenti ed eventualmente i ponti che li collegano ad altri elementi della stessa specie.

«Il pensare - scrive Deleuze - si realizza piuttosto nel rapporto tra il territorio e la terra». Si consideri la Grecia, questo mercato internazionale disposto ai bordi dell’Oriente, composto di una molteplicità di società distinte, abbastanza lontane dal centro degli arcaici sistemi orientali per trarne vantaggio senza doverne seguire il modello. Di fronte alla pressione del gigante persiano, che rischia di assorbirle, queste società distinte si producono in leghe, costituiscono una rete, danno inizio a quel particolare modo di pensare che è la filosofia. Quando l’impero vuole appropiarsi del territorio di questi piccoli gruppi locali, questi si svincolano dal loro entroterra e liberano la loro autoctonia per un’avventura che le spingerà a fare territorio sul mare, per un’esperienza associativa che li coltiverà nel gusto per gli scambi d’opinione e per la conversazione. Quando l’impero tenterà di esportare il proprio modo di usare la mente, fondato sul cielo, che fa del cielo la propria terra, le polis si produrranno come un ambito di immanenza, come terra della filosofia e territorio del filosofo.

Con Deleuze il pensiero della differenza si fa geofilosofia, movimento continuo da territorio (la famiglia, la stirpe, i tipi di proprietà e di vicinato, ma anche le forme del potere e di dominio) alla terra, cioè il fondo, o forse anche al “senza fondo”, all’“indeterminato”, all’«animalità propria del pensiero», alla «genitalità del pensiero» - e poi di nuovo al territorio, cioè agli ordinamenti e alle localizzazioni della convivenza umana.

Lavorio di invenzione, di creazione e di adattamento, il pensiero si presenta in Deleuze come il destino a cui l’homo philosophicus, faustianamente considerato, si sarebbe, così, consegnato una volta per tutte.














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